Le trappole del Professore «aria fritta»

Paolo Armaroli

A Romano Prodi, poveretto, si è incantato il disco. Continua a ripetere con esasperante monotonia le stesse cose. Ma, stringi stringi, non dice mai nulla. Ricorda un po' certi personaggi della Prima Repubblica. Divenuti presidenti del Consiglio, si presentavano alle Camere per ottenere la fiducia con dichiarazioni programmatiche tanto vaste quanto indeterminate. Una volta Giovanni Malagodi non riuscì a trattenersi e le definì brevi considerazioni sull'universo. Dalla Prima Repubblica, si sa, l'aspirante leader dell'Unione ha preso il meglio del peggio. E allora non può stupire che siano fiorite due dotte scuole di pensiero sulle esternazioni del Professore. Che, come tutti i professori universitari, è un uomo come tutti gli altri. Però lui non lo sa. A detta dell'una, il professore bolognese «c'è». Invece a giudizio dell'altra - come si dice a Roma - «ci fa». Ma prima sarà bene riassumere i suoi più recenti detti.
Ai microfoni di Repubblica Radio, giorni fa, ha sgranato il medesimo rosario. Ha dichiarato che con le primarie dell'8 e 9 ottobre - a quanto pare tornate in alto mare - le idee base del candidato, ossia le sue, saranno approvate e diventeranno il programma comune. E già nell'esordio va maluccio. Perché Prodi non si è mai preso il disturbo di illuminarci sulle sue mirabolanti idee. E poi perché Bertinotti da tempo ha già messo le mani avanti. Quando l'aspirante leader dell'Unione ha scimmiottato Churchill e minacciato lacrime e sangue per rimettere in sesto l'economia, il numero uno di Rifondazione comunista non si è fatto pregare per dire la sua.
In parole povere ha fatto chiaramente intendere che Prodi può piangere finché vuole, ma lui non è disposto a versare neppure una lacrima. Quanto al sangue, non ci pensa per niente a iscriversi all'Avis, la benemerita associazione dei donatori. E con il precedente del 1998, quando Bertinotti lo sbalzò di sella, è proprio il caso di dire: «uomo avvisato, mezzo salvato».
Il ridicolo uccide. Il guaio è che Prodi non lo sa. Dichiara di essere arrivato in politica con l'emergenza. Quasi a voler dire che lui è l'uomo della Provvidenza. È arcisicuro di tenere unita la coalizione per tutta la prossima legislatura. Ma il suo non è che un atto di fede. Peraltro smentito da chi dà l'impressione di sorreggerlo come la corda l'impiccato. Il vasto programma del Nostro sembra congegnato apposta per catturare gli allocchi. «Servono un sistema fiscale che aiuti il Paese e una redistribuzione equa del reddito. Quindi lotta feroce all'evasione e massimo impegno per far emergere il sommerso». E ancora: «È impensabile un risanamento finanziario senza il rilancio industriale, ma senza un risanamento finanziario è difficile poter rilanciare le industrie». E così il cane si morde la coda. Insomma, aria fritta. Quelli della notte di Arbore non avrebbero saputo dire meglio.
Veniamo alle due scuole di pensiero. No, Prodi è tutt'altro che uno sprovveduto. È un furbacchione di tre cotte. Perciò riteniamo che la seconda scuola di pensiero sia nel giusto. Sissignori: Prodi «ci fa». Con espressioni di tal fatta prende per i fondelli un po' tutti. La maggioranza, dandole a bere che lui un programma alternativo ce l'ha. L'opposizione, perché solo mantenendosi sul vago può sperare di tenerla assieme per il momento. Salvo a pagarla cara quando verrà il momento della verità. E cinquanta milioni e passa di elettori, ai quali promette - promessa di marinaio - che non appena lui arriverà al potere le cose cambieranno da così a così. Ma getta solo polvere negli occhi. Ha così poca stima dei suoi concittadini, pensate, da credere sul serio che abbiano la sveglia attaccata al collo.
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