Il trasloco del vescovo fa scoppiare la guerra santa Ventimiglia-Sanremo

Protesta bipartisan dei cittadini che hanno scritto una lettera all’arcivescovo di Genova: la Curia non deve essere trasferita nella città del festival

Da quando non c'è più il confine, a Ventimiglia i cristiani non si fermano più. Danno gas e tiran via. Ma il fatto che adesso, addirittura lo stesso Cristo stia per traslocare da qui, spostando la sua «casa» ufficiale a Sanremo, ai ventimigliesi decisamente non va giù. Al punto da iniziare a pensare che per davvero qualcuno ce l’abbia un po’ con loro, già dimenticati in questo estremo e remoto angolo occidentale d'Italia - sì, proprio lì, in alto a sinistra - che non ha più nemmeno l'aura romantica del «Posto di Frontiera».
Così, davanti all'ultima ed ennesima rinuncia annunciata, si sono ribellati come possono fare delle anime pacifiche venute su a cose semplici e buone come olive, barbagiuai e farinata. Si sono cioè fatti sentire con civiltà, senza alzare la voce. Hanno anche scritto all'Arcivescovo di Genova, Angelo Bagnasco, evitando di calcare i toni con i punti esclamativi. Dicendo però forte e chiaro, tutti uniti - destra e sinistra, blasfemi e beghine, sacristi e mangiapreti - che la loro Diocesi non si tocca. E che soprattutto non deve finire a Sanremo - il campanile è campanile anche qui, dove l'Italia finisce - insieme con i suoi tanti beni storici. Del resto, che cosa c'entrano quadri, statue e antichi tomi con ugole, vallette e Pippo Baudo?
Bisogna capirli, i ventimigliesi, che al loro fianco hanno trovato il banchiere Ludovico Sella e lo scrittore Nico Orengo, lo storico Erino Viola e l'ex sindaco Claudio Berlengero. Bisogna capirli ricordando per un attimo ai più giovani la vicenda del confine. Perché c'è stato un tempo in cui (è finito tutto nel '95, con il trattato di Shengen) per passare da un Paese d'Europa all'altro si sottostava alle forche caudine di sbarre e controlli. Roba all'acqua di rose, ma bisognava farlo: «Alt! Buongiorno. Prego, favorisca il passaporto. Qualcosa da dichiarare?» Anche a Ventimiglia funzionava così, in entrambi i sensi di marcia: Francia-Italia, Italia-Francia.
Ma per i ventimigliesi - 26 mila anime che salgono a 50mila considerando i comuni minori di Bordighera, Vallecrosia e Camporosso - l'addio al confine non è stata l'unica rinuncia. Da tempo hanno dovuto mettere una pietra sul progetto di un porto per la nautica, ritrovandosi nella singolare condizione (o destino, a questo punto?) di essere l'unico tra i comuni più popolosi della Liguria a non averne uno. Di recente, per soprammercato, hanno anche subito la soppressione dei treni Intercity sulla linea da e per Milano. Come dire loro: voi restate lì, sempre più remoti, sempre più in alto a sinistra.
Basta, ça suffit? No, perché adesso - ma qui se ne parla già da diverso tempo - è esplosa appunto la vicenda della migrazione forzata della sede diocesana, che la Curia genovese ha deciso di trasferire armi e bagagli dalla severa Ventimiglia alla più garrula e frivola città festivaliera. Un trasloco spirituale, quello annunciato dei sacri uffici, che giunge due anni dopo quello - più terreno - della residenza privata del vescovo, rimossa dopo una presenza a Ventimiglia durata quattro secoli. Forse perché Sanremo è Sanremo? Forse perché lì il sole splende di più e ci sono anche i fiori? Oppure è per la semplice motivazione addotta dalla Curia, che cioè la sede di una Diocesi dev'essere «più baricentrica» rispetto a Ventimiglia?
Giustificazione logistica, questa, che fa sorridere amaro molti ventimigliesi. «E Albenga, allora? - si chiedono -. C'è una diocesi anche lì». Non sono bastate nemmeno le rassicurazioni del vescovo di Ventimiglia, monsignor Careggio, e da monsignor Bagnasco.
I più pii saranno portati a pensare che forse il Signore è superiore a banali questioni di baricentro e che di certo non lo spaventa qualche chilometro in più sull'Aurelia o sull'autostrada A10. Tutti gli altri, mangiapreti inclusi, masticano invece ancora amaro per quanto era avvenuto tempo fa, a trasloco già annunciato. Qualcosa di brutto, ovvero l'improvvisa scomparsa dal palazzo vescovile di importanti opere d'arte. E a notizia divenuta di dominio pubblico, il loro successivo ritorno, sempre furtivo, alla legittima sede di Ventimiglia. Qualcosa di brutto, dice la gente, perché a pensar mal non si fa peccato. Anche qui, dove l'Italia finisce.