La trasparenza non piace a sinistra

Bruno Costi

Ciò che tutti temevamo era che l'irresistibile richiamo delle elezioni politiche alla fine avrebbe fatto breccia anche sul governo in carica e che la legge Finanziaria per il 2006 avrebbe confezionato sussidi, prebende, piccole regalie per accontentare un po' tutti, con tanti saluti al Patto di stabilità ed agli impegni europei.
Del resto così fece l'ultimo governo della passata legislatura quello di centrosinistra presieduto dall'on. Giuliano Amato. Non fu quel governo, forse, prima del voto del 2001, ad abolire i ticket sui farmaci con somma sorpresa perfino degli industriali farmaceutici che quei farmaci producevano? E non fu quella, la decisione scellerata che fece schizzare del 30% la spesa farmaceutica nazionale, consegnando in eredità al governo di centrodestra gran parte del «buco» di bilancio che avrebbe poi zavorrato l'avvio della politica economica berlusconiana?
Ed invece, con la Finanziaria «Tremonti-4», l'ultima del governo di centrodestra, le cose potrebbero andare diversamente.
Intendiamoci: della Finanziaria appena varata dal Consiglio dei ministri si conoscono la dimensione totale, la ripartizione tra i grandi capitoli di spesa e di entrata, le categorie sociali che se ne gioveranno e quelle che dovranno fare i necessari sacrifici, ma gran parte degli elementi di dettaglio non sono ancora noti e, soprattutto, ciò che conta non è come la Finanziaria entra in Parlamento ma come ne esce. Però si percepiscono alcuni indirizzi nuovi che vale la pena di analizzare; uno su tutti, il controllo delle spese di Comuni, Province e Regioni, il cui senso politico economico è molto più vasto della cifra che si risparmierà.
Intanto il primo, il mix tra risparmi e sviluppo. Sappiamo per esempio che la manovra nel suo complesso è pari a circa 20 miliardi di euro, con i quali il deficit pubblico passerà da oltre il 4% tendenziale al 3,8%, ciò per cui ci siamo impegnati con l'Europa nell'ambito del nuovo Patto di stabilità. Ma sappiamo anche che per essere il regola con l'Europa basterebbe far sacrifici per poco più della metà, per 11,5 miliardi, e che dunque il resto, cioè circa 9,5 miliardi, saranno subito restituiti al Paese attraverso una manovra che comprende l'attuazione di impegni di spesa già presi ed inderogabili (contratto del Pubblico impiego, assunzione dei forestali calabresi) ed un pacchetto di interventi per favorire lo sviluppo dell'economia che beneficerà le imprese (meno contributi sociali sulla busta paga, meno tasse sui brevetti, meno imposte sugli investimenti in ricerca, meno oneri per la rinuncia alla gestione delle nuove liquidazioni), beneficerà le famiglie (1,4 miliardi per un fondo sociale che aiuterà le spese per le nuove nascite, gli anziani, i libri di testo, i carichi di famiglia, i risparmiatori danneggiati dai crac Parmalat e Cirio), e beneficerà infine il volontariato (con i proventi del 5 per mille volontario dell'imposta sul reddito). Ovvero circa il 45% di ciò che si risparmierà con i tagli alle spese del Paese e le nuove entrate, tornerà al Paese sotto forma di benefici agli italiani.
Il secondo elemento distintivo di questa legge finanziaria riguarda le cosiddette fonti di copertura, ovvero dove lo Stato risparmierà e chi pagherà il conto. Ebbene, qui le novità sono due: il governo mantiene l'impegno di non aumentare le imposte sulle famiglie né sulle imprese (nel primo caso per incentivare i consumi, nel secondo per favorire le esportazioni e la competivitià), ma soprattutto mantiene l'indirizzo già adottato l'anno scorso, reclamato dagli organismi internazionali, perorato da anni dalla Banca d'Italia, di tagliare strutturalmente le voci di spesa responsabili degli sfondamenti di bilancio, principalmente le spese dell'Amministrazione centrale per acquisti di beni intermedi, e spese degli enti locali.
Ed è proprio sugli enti locali che interviene la novità più interessante. I conti di Comuni, Province e Regioni sono da sempre e strutturalmente fonte di guai finanziari perché è a livello decentrato che si spende, mentre è a livello di amministrazione centrale dello Stato che si tassa. Questa dissociazione di ruoli e responsabilità, gli enti locali che spendono per i servizi ai cittadini e il governo che deve trovare i fondi perché ciò avvenga, è fonte di irresponsabilità, di furbizie politiche e di disorientamento del cittadino che non sa riconoscere la paternità politica della decisione che subisce o di cui fruisce, specialmente quando il colore politico di chi governa in periferia è diverso da chi governa al centro. Ebbene, la Finanziaria 2006 salva al «centro» qualsiasi spesa degli enti locali per investimenti e, laddove si tratta di spesa corrente (assistenza, sussidi, consulenze, pubbliche relazioni, viaggi all'estero ecc.) taglia 3,5 miliardi, lasciando che sia la «periferia», cioè i sindaci, i presidenti della Provincia e della Regione, a decidere se ridurre i sussidi agli asili nido o le consulenze; l'assistenza domiciliare agli anziani o i concerti rock gratuiti, gli asili nido o i viaggi all'estero degli assessori. Non dunque un invito a tassare localmente i cittadini per finanziare ogni tipo di spesa, ma un invito a eliminare spese inutili, sprechi che se non è possibile permettersi a Roma non dev'essere possibile nemmeno altrove. Certo, così la politica della spesa diventa più trasparente. Ma il Paese ne ha diritto, soprattutto alla vigilia di elezioni politiche.