La trattativa finale

RomaBocche cucite in Transatlantico, dubbi a non finire sull’esito del tira e molla con Fini, ma una sola certezza: le diplomazie lavorano frenetiche e senza sosta. Oggi un passo chiarificatore si avrà, forse, dopo l’incontro tra Fini e Bossi. Anche se ieri sondare le due parti in campo nella trattativa aveva un effetto paradossale: «Sentiremo cosa ha da dirci Bossi», dicevano i finiani. «Sentiremo cosa ha da dirci Fini», dicevano i leghisti. Di fatto anche Gianni Letta, che sempre tiene aperti i canali con chiunque, ce la sta mettendo tutta per trovare la quadra. Ma forse anche per lanciare un messaggio: il pallino in mano non ce l’hanno soltanto Bossi e Fini. Ma anche e soprattutto il Pdl. Soluzione in vista? Sembra di no se lo stesso braccio destro del Cavaliere, nel giro di due giorni, ripete: «Le prospettive di vita del governo sembrano essere brevi» e poi: «Questo governo che rappresento pro tempore ha prospettive molto più brevi del 2020, e in queste ultime ore sembrano restringersi non ad anni ma a periodi e misure di tempo più contenuti».
Ma quali sono le richieste dei finiani? Alcune sarebbero accettabili, altre assolutamente no. Pare che Futuro e libertà abbia già fatto pervenire a Calderoli la lista dei propri desiderata. Primo: le dimissioni del premier. Secondo: una modifica della legge elettorale. Terzo: l’apertura all’Udc. Quarto: un rimpasto di governo con l’obiettivo di pesare di più nell’esecutivo a scapito degli ex colonnelli di An. In pratica le teste di La Russa e Matteoli.
La Lega, che naturalmente ribadisce la propria fedeltà al patto con Berlusconi, su alcuni punti sarebbe disposta a trattare. Su altri invece molto meno. Al Carroccio, in fondo, interessa capire come si può andare avanti con questa legislatura senza che il treno del federalismo subisca una frenata. È pronta perfino a discutere su una possibile modifica del porcellum ma a patto che sia minimo. Sull’ipotesi di un allargamento all’Udc, Bossi invece resta molto più scettico proprio per la tradizionale avversione di Casini al federalismo. Sul rimpasto di governo, invece, ci potrebbe anche stare ma sempre a patto di avere rassicurazioni che la propria bandiera non venga ammainata. «Si può discutere su tutto - dice un leghista - meno che sulla road map del federalismo».
Quel «su tutto», però, cozza con quello che il Pdl ritiene difficile da digerire. Ossia che il premier faccia un passo indietro e si dimetta. Crisi pilotata, insomma. Ma c’è da fidarsi? Qui i pidiellini sono divisi anche se la maggioranza sembra orientata al «no». Ecco perché sul fronte berlusconiano ieri si scommetteva sul fatto che alla fine l’opera di mediazione leghista sia più che altro una «mission impossibile». Se così fosse, il Fli sarebbe disposto a ritirare la propria delegazione da Palazzo Chigi (il ministro Ronchi, il viceministro Urso, i due sottosegretari Menia e Buonfiglio). Tanto che il finiano Granata annunciava già il possibile ritiro per oggi. Un passo in più verso la crisi. A quel punto, grazie anche al monito di Napolitano, si approverebbe la legge di stabilità e poco altro. In seguito si tornerebbe a cercare su quale provvedimento consumare il patatrac, col solito tatticismo finiano di evitare l’assassinio dell’esecutivo su una materia poco popolare. Con il boccino in mano al capo dello Stato, si aprirebbe poi un’altra partita il cui esito è incerto. In pochi, tuttavia, sarebbero pronti a scommettere che il Colle possa benedire un’operazione alla Scalfaro, mettendo la firma sotto un governo tecnico o del ribaltone. Quindi, elezioni. Anche se il partito delle urne sembra essere fiaccato visto che non ci vuole andare Fini che con questa legge elettorale sarebbe semi morto. Non ci vuole andare la Lega che, sicura di vincere, teme il risultato ballerino al Senato. Non ci vuole andare il Pdl che teme l’astensione. Ma neppure Pd, Udc e Idv.