Trattativa Stato mafia Due testi contro Scalfaro

L’ex capo dello Stato ai pm: "Non so nulla". Ma Gifuni e un prete lo smentiscono: lavorò per alleviare il 41 bis

Invece del suo tradizionale «non ci sto» ha optato per il «non so nulla». E l’ha ripetuto come un mantra un anno fa, Oscar Luigi Scalfaro, ai pm di Palermo che lo interrogavano come teste (dunque obbligato a dire la verità) sulla presunta trattativa Stato-mafia e sull’incredibile ammorbidimento della linea dura contro i boss culminato nel ’93 nel mancato rinnovo del 41 bis a oltre 300 mafiosi: nulla sa della trattativa, nulla del siluramento dell’ex direttore del Dap Nicolò Amato, nulla della sua sostituzione con l’amico Adalberto Capriotti. E invece, Scalfaro, sapeva. Lo dimostra la lettera (pubblicata ieri dal Giornale) inviatagli a febbraio ’93 dai familiari dei reclusi di Pianosa e dell’Asinara.

DAL NON CI STO AL NON SO
E lo dicono, ai magistrati, testimoni ben più autorevoli dell’icona antimafia Massimo Ciancimino: monsignor Fabio Fabbri, all’epoca braccio destro dell’ispettore dei cappellani delle carceri, monsignor Cesare Curioni, che racconta un incontro riservato al Quirinale sulla sostituzione di Amato; e l’ex segretario generale della presidenza della Repubblica, Gaetano Gifuni, che sostiene che fu Scalfaro a decidere di mandar via Amato, di concerto con Ciampi e con l’allora ministro di Giustizia, Conso. Eppure Scalfaro nega, a 360 gradi: «Nulla so – dice ai pm nel verbale del 15 dicembre 2010 – in ordine all’avvicendamento avvenuto al vertice del Dap tra Nicolò Amato e Adalberto Capriotti nel giugno del 1993. Nessuno mi mise al corrente delle motivazioni che portarono a tale avvicendamento. Anzi, non ho alcun ricordo della persona di Amato (che invece dice ai pm che lui e Scalfaro si davano del “tu”); non sono neppure in grado di affermare di averlo mai conosciuto. Voglio precisare che sia quando ero ministro che successivamente ricoprendo la carica di presidente della Repubblica, nessuno mi ha mai messo al corrente né io ebbi, altrimenti notizie, su presunte “trattative” tra lo Stato e la criminalità organizzata». Ecco invece il retroscena del siluramento di Amato raccontato a gennaio 2003 al defunto pm di Firenze Gabriele Chelazzi da monsignor Fabbri.

«COSI’ IL PRESIDENTE INTERVENNE»
«Posso dire che il presidente della Repubblica chiamò don Cesare, e chiamò insieme me. Perciò io sono stato seduto nella palazzina, quella lì a vetri del Quirinale, seduto così come sono adesso... fummo chiamati unicamente per dirci: “Caro Monsignore ho parlato ieri per telefono con il ministro Conso. La prego di dargli tutto il suo aiuto per individuare il nuovo direttore generale (del Dap, ndr)”. Noi ci si guarda... “Sì perché... basta basta con questa - io non so se ha detto “con questa gestione” - con questa cosa qui basta! Io ho qui nel cassetto anche dei nomi; fintanto che sarò io presidente della Repubblica questi nomi assolutamente no”». Basta con la gestione del «cattivo» Amato, dunque. Per paura di una ritorsione dei boss dopo aver ricevuto la lettera dai familiari dei detenuti che chiedevano un ammorbidimento (poi avvenuto) del 41 bis? Monsignor Fabbri ricorda che Scalfaro, a un certo punto, disse di Amato: «Allora... un giorno io addirittura ho chiesto, quando non ero nessuno, ma è tutto da dimostrare che non ero nessuno, ho chiesto di parlare con lui e mi ha fatto aspettare due giorni”». Altro che non sapere e/o ricordare chi fosse Amato. Il colloquio tra Scalfaro e i due sacerdoti avviene nel pomeriggio. Il giorno dopo, con Conso, la trattativa sui nomi.

LA SMENTITA DEL QUIRINALE
Scartato Giuseppe Falcone perché «troppo duro» si optò per il «morbido» Adalberto Capriotti, «personcina tutto chiesa» adatto all’incarico e con un valore aggiunto: essere amico di Scalfaro. Come racconta il secondo teste che smentisce l’ex capo dello Stato, nientemeno l’ex segretario generale del Quirinale Gaetano Gifuni, nel verbale del 20 gennaio del 2011, afferma «di essere a conoscenza che la sostituzione del professor Nicolò Amaro con il dr. Capriotti nell’incarico di direttore del Dap fu sostanzialmente decisa nell’accordo tra il ministro Conso, il presidente del Consiglio Ciampi e il presidente della Repubblica Scalfaro. Quest’ultimo – aggiunge Gifuni – conosceva personalmente il dottor Capriotti all’epoca procuratore generale a Trento».