Trattativa Stato-mafia"Oscar Luigi Scalfaro sapeva"

<p>Una lettera choc all’allora capo dello Stato: "Se muore chi sta in cella è colpa tua". E il 41bis fu ammorbidito</p>

Ecco le parole che terrorizzarono Oscar Luigi Scalfaro. Frasi scritte nel febbraio 1993 dai parenti dei mafiosi ristretti in regime di 41 bis a Pianosa e all’Asinara, rilette con inquietudine dal Presidente dopo gli attentati di Roma e Firenze. Un documento aspro nei toni, minaccioso nelle allusioni, che il 27 luglio porterà al colpo di spugna del governo di centrosinistra nella persona del ministro Giovanni Conso: niente più carcere duro per 334 detenuti, inclusi cinque esponenti di vertice di Cosa nostra. Altro che Ciancimino jr, le accuse al generale Mori, il ruolo della nascitura Forza Italia.

La lettera, consegnata ai pm di Palermo dall’ex capo del Dap Sebastiano Ardita, dà una chiave di lettura plausibile all’incomprensibile decisione di revocare l’inasprimento delle regole penitenziarie attuato sull’onda della strage di via D’Amelio. Non solo. Offre un formidabile riscontro a quanto rivelato a verbale da monsignor Fabbri, aiutante del capo dei cappellani delle carceri, sollecitato da Scalfaro a supportare Conso nel defenestramento al Dap del «duro» Nicolò Amato (sollevato dall’incarico a giugno ’93) con il più morbido Adalberto Capriotti.

La lettera, per conoscenza, è inviata al Papa, a Maurizio Costanzo, al vescovo di Firenze, a Sgarbi, a magistrati e giornalisti vari. «Siamo un gruppo di familiari di detenuti - è l’incipit - sdegnati e amareggiati per tante disavventure, ci rivolgiamo a Lei non per chiedere chissà quale forma di carità o di concessione (…) ma perché riteniamo si è responsabili in prima persona, quale rappresentante e garante delle più elementari forme di civiltà».

I familiari ritengono Scalfaro responsabile della violazione dei diritti minimi dei detenuti in 41 bis ristretti in condizioni allucinanti al cui confronto «la Bosnia è un paradiso». E all’inquilino del Quirinale domandano con sarcasmo quante volte al giorno «cambi la biancheria intima», perché sa com’è, chi sta dentro ha diritto a «solo 5 chili di biancheria» a settimana. Ma «ancor più grave, e crediamo che lei debba vergognarsi di essere capo dello Stato» è che lo Stato «permette ai secondini, specialmente a Pianosa, di avere comportamenti uguali a quelli di sciacalli o teppisti della peggior specie, nel senso che trattano i detenuti peggio dei cani, usando metodi della peggior tradizione fascista.

Tutto questo è vomitevole, vergognoso, indegno. Sono killer. Fanno quello che vogliono» ai detenuti, riservando «cibo schifoso» e maltrattamenti cui «si lascia libera immaginazione». Di seguito. «Immaginiamo che Ella, sotto Natale, quando l’Italia veniva stretta dal freddo gelido se ne stava al calduccio» mentre ai detenuti di Pianosa «più faceva freddo e più toglievano loro le coperte».

Ora, «se lei ha dato ordine di uccidere, noi ci tranquillizziamo, se non è così, guardi che per noi è sempre il maggiore responsabile» verso chi è considerato «carne da macello». Gli autori della lettera chiedono a Scalfaro una sorta di dissociazione dal 41 bis col conseguenziale stop alle torture degli «squadristi agli ordini del dittatore Amato». Continuando di questo passo, concludono rivolgendosi a Scalfaro, altri detenuti moriranno.

«Non se ne curi, per noi e per loro (i detenuti, ndr) resta solo la consolazione che Dio, che ha più potere di Lei, sarà giusto nel suo giudizio (…). Lei si è vantato più volte di essere un autentico cristiano, le consigliamo di vantarsi meno e AMARE di più (…). Pensiamo che a Lei non interessino le firme, quanto verificare e trovare giusti rimedi. Al momento non crediamo che la volontà dello Stato da lei rappresentata sia così civile nel dare una risposta adeguata. La sfidiamo a smentirci». Nei fatti, smentiti.