Trattative da dopolavoro

Il tavolo dove stamane si ritrovano governo e sindacati per far finta di riformare le pensioni somiglia sempre più a quelli di certi dopolavori ferroviari. Dove anime ottuagenarie, tessute di noia, sono però beate di affidare a una mano di scopone la botta di vita che gli rimane, e ci si intestardiscono. Le guance sempre più cascanti del povero Prodi, che invecchia d'un anno al mese, sono del resto frequenti in questi asili per anziani. E a Enrico Letta riescono soltanto quei sorrisi cauti, di qualcuno malato di vecchiaia precoce già a diciotto anni. Per non dire delle cariatidi sindacali, amministratori di chiacchiere e noia seduti con la ministra Pollastrini, vestita da barista tardona. Ma questa è purtroppo l'Italia. Un gioco di carte senile e scontato, che questo governo morente amministra, del tutto a suo agio. Nella confusione, però, di chi s'è obliato ormai persino le più elementari aritmetiche.
Per compiacere una delle forze più certe della rovina italiana, ovvero i sindacati, il governo insiste, tiene il punto e avversa la riforma Maroni. Ma abolirla completamente non si può; costa troppo: 37,6 miliardi tra il 2008-2013. Si potrebbe semmai diluirla con l'innalzamento di un anno, ogni due, della soglia per la pensione. Per la qualcosa si potrebbe andare in pensione nel 2014 a sessantadue anni. Ma i sindacati non ci starebbero. Ecco quindi l'insipida trovata, tornare a fissare una soglia per la somma di età e anni di contribuzione. Essa non dovrebbe mai essere inferiore a 93 o 95, per la qualcosa si farebbero contenti i sindacati che vogliono ancora mandare la gente in pensione a 57 anni. Ma i costi per lo Stato resterebbero troppo alti. Anche perché si vuole pure accantonare la riforma Dini, quella dei coefficienti che prevede insomma il taglio degli assegni. Di rimodularli si dovrebbe, pare, incaricare una commissione, dunque un altro opificio di ritardi, ottenuti spendendo chiacchiere e tasse.
Almeno alla fine in un dopolavoro ferroviario che si rispetti, si gioca secondo le regole di Chitarella e chi perde ha i soldi in tasca per pagare il suo quartino. Il governo, direi, nemmeno quello. I risparmi sulle spese correnti previsti, paiono sempre più dubbi e il tesoretto somiglia ormai alla riffa che qualcuno al bar però si sia già mangiata. Cosicché quei 1,3 miliardi da tirare fuori per elevare le pensioni più basse non si capisce da dove si potrebbero infine tirar fuori. Nelle contabilità di questo governo resiste temo soltanto una certezza: l'aumento progressivo dell'aliquota dei contributi per i parasubordinati al 27%. Le altre sono chiacchiere. L'unico spariglio che la peggio senilità della nazione riunita a Palazzo Chigi conosce davvero è l'aumento dei contributi agli autonomi, o delle tasse. Almeno dovrebbe però evitarsi il Super Inps ovvero l'accorpamento di Inpdap, Inps, Enpals e Ipost. Pur sempre qualcosa, anche se non è lo smembramento dell'Inps che ci vorrebbe.
Perché fosse davvero giovane e vera e nuova questa sinistra non affiderebbe le sorti economiche degli anziani a dei criteri sovietici. Lavorerebbe per limitare, il più che fosse possibile, una redistribuzione statale la quale richiede sempre più tasse e arbitrii. Perché allo stato non c'è solo l'alternativa del mercato. Ci sarebbe anche quella del mutualismo, del reciproco aiuto. Di meno tasse per lasciare che una solidarietà cosciente e voluta si articoli da sé. Ma non è roba da governo Prodi, intento soltanto a esausti sparigli, da dopolavoro ferroviario.
Geminello Alvi