Trattato da delinquente per una battuta di spirito

Porro, vicedirettore del Giornale, spiega perché i pm hanno preso una cantonata: "Con il portavoce Arpisella ho scherzato e discusso mille volte al telefono, senza mai minacciare la Marcegaglia. E lui lo sa benissimo"

Se c’è una cosa che i giornalisti non dovrebbero mai fare è scrivere dei loro affari. E se c’è una cosa che occorre scansare come la peste è fare battute a Rinaldo Arpisella, il segretario di Emma Marcegaglia. Chi scrive sta commettendo e ha commesso entrambi gli errori.

Si aggiunga che il telefono del segretario era evidentemente intercettato e dunque la telefonata da privata è diventata, grazie al pm Woodcock, pubblica. Ve la faccio breve: rischio qualche annetto di carcere per violenza privata ai danni di Emma Marcegaglia. Cosa ho detto ad Arpisella di così grave? «Adesso ci divertiremo a rompere il c... a Marcegaglia per venti giorni», aggiungendo di aver spostato i segugi da Montecarlo a Mantova. I segugi, e mi scuso con loro, sono Chiocci e Malpica, due inviati che si occupano dell’affaire Montecarlo e che a Mantova non hanno ovviamente mai messo piede. Mi scuso ovviamente per averli definiti segugi. Ma per la verità c’è poco da scusarsi. Si tratta e si trattava di una battuta nei toni, nella sostanza, nella pratica. Si tratta di una telefonata intercorsa con un signore che si conosce dal 1994. Si tratta di una telefonata fatta con una propria fonte con cui si ha una dimestichezza superiore a quella che si ha con il proprio direttore. Conosco il segretario della Sciura Emma da più tempo di mia moglie. Ho fatto con lui conversazioni eterne per centinaia di volte con le più diverse casacche: dai tempi del Foglio a quelli del Corriere economia, da quelli di Mediaset a quelli di Class. Il tono della conversazione è quello che si ha con una persona con cui ci si è confrontati per anni. A volte duro, a volte scherzoso, a volte serio. Ma mai minaccioso. Come Arpisella sa perfettamente.

Ma andiamo nel merito. E cerchiamo di capire per quale motivo avrei dovuto rompere le balle alla Sciura. Qui non ci vuole una grande segugio. Sono circa tre anni che dalle colonne del Giornale e da quelle del mio blog, la Zuppa di Porro, muovo critiche all’organizzazione degli industriali. Come credo sia ancora possibile in un Paese normale. Altro che venti giorni.

Insomma, la gag con Arpisella che va avanti da tempo è del genere: domani ti faccio un mazzo così perché a, b, c e via cantando. E il giorno dopo o non appare nulla, o appare un mio commento, o appare una mia posizione articolata (come solo un paio di giorni fa è avvenuto). Altro che dossieraggio. Questo si chiama: parlare con le proprie fonti. Raccontare le proprie perplessità su una posizione confindustriale per avere in cambio una reazione, per capire meglio. In un sms scrivo: «Domani superpezzo giudiziario sugli affari della family Marcegaglia». Ovviamente il giorno dopo non c’è nessun pezzo, perché si tratta di un’evidente provocazione scherzosa. L’innesco per una telefonata (intercettata) che avviene pochi minuti dopo. Come mille in precedenza ce ne siamo reciprocamente fatte. E come in qualsiasi mestiere si fa con le persone con cui si ha una certa consuetudine.

Parliamoci chiaro: rischio di andare in galera per un cazzeggio. Ieri all’alba dei carabinieri molto cortesi mi hanno sequestrato tutti gli apparecchi elettronici miei (ma si potrà mai costruire un dossier sull’iPad?), di mia moglie e di mio padre. Ieri all’alba nella casa di Milano, mia moglie si è vista tre signori in borghese che con garbo hanno fatto la loro perquisizione e i loro sequestri: grazie al cielo innanzi a due bambini troppo piccoli per capire. Procedura identica al Giornale.

Non sono vittima di un bel niente. Ho detto una scemenza ad una persona che non ha avuto il coraggio (per affari suoi) di raccontare cosa stesse succedendo tra di noi. Non è in gioco la libertà di stampa, per la chance che il Giornale mi ha dato di raccontare la mia versione e per l’attenzione che in molti colleghi stanno dando. E la libertà di stampa, se permettete, è ben più forte di Arpisella e Woodcock. I magistrati hanno in mano tutta la mia vita professionale: appunti, agendine, cartacce, hard disk. E non troveranno un bel niente, perché non c’è un bel niente riguardo alla Marcegaglia o ad Arpisella. Quello che c’è, resta al sicuro nella mia capoccia: e si chiamano opinioni. Ho criticato la Sciura quando andava a braccetto con il presidente del Consiglio; e l’ho apprezzata (poche volte per la verità) quando ha cercato di rappresentare l’Italia che lavora. Ma questo se permettete è un dettaglio.

La Signora si è sentita minacciata e mi rincresce. Non già per la questione giudiziaria che andrà per il suo corso. Ma per la rappresentazione che le è stata fatta delle mie critiche. Il solo fatto che un politico, un imprenditore, un burocrate si possa sentire violentato dal sottoscritto mi fa accapponare la pelle.

Domani è un altro giorno: avremo ben altro di cui parlare. Sono desolato del fatto che la prossima volta che dovrò scrivere di Confindustria sentirò un freno sulla tastiera. Sono desolato del fatto che oggi occorra prendersi troppo sul serio. Sono desolato del fatto che dovrò telefonare e messaggiare come un libro stampato. Sono desolato del fatto che un sorriso, un po’ cafone, sia stato scambiato per una minaccia. Oggi non riesco a provare rabbia: ma per un solo motivo. Tanti, molti, numerosi amici e lettori mi sono stati vicino. Non prendiamoci (per l’ultima volta) troppo sul serio: un avviso di garanzia non è la fine del mondo, qualcuno in fondo mi legge e sa da anni come la penso e a Napoli, vicino alla Procura, ci dovrà pur essere un buon ristorantino.