Con il Trattato di Lisbona torna l’eurotormentone

Caro Granzotto, a proposito di tormentoni ci siamo liberati di quello relativo al conflitto di interesse, di quello relativo al riscaldamento globale e di quello relativo alla pace e al pacifismo. Bisognerebbe essere soddisfatti se ai tormentoni si aggiunge la scomparsa mediatica della sinistra comunista e dell’Udc di Pierferdinando Casini. Ma ecco che un vecchio tormentone, quello relativo all’Europa, minaccia di fare la sua ricomparsa con la storia del Trattato di Lisbona che la Lega vorrebbe sottoporre a referendum. Fermo restando che io sarei d’accordo, mi potrebbe dire in sintesi qual è l’importanza ai fini pratici del Trattato di Lisbona?


Il Trattato di Lisbona, caro Bellomo, è la versione riveduta, corretta e malandrina della Costituzione europea. Velleitario papocchio che grazie ai fratelli francesi, non a caso enfants de la Patrie, fu debitamente impallinata e riposta in soffitta, tra Loreto impagliato, il busto d’Alfieri, i fiori in cornice, le buone cose di pessimo gusto, insomma, dell’amica di nonna Speranza. La differenza più marcata tra l’abortita Costituzione e il Trattato è la rispettiva mole. La prima si presentava con 448 articoli (sì, ha letto bene: 448 articoli. Quella degli Stati Uniti, che son sempre gli Stati Uniti, conta di un preambolo, cinque articoli e 7 emendamenti) per un totale di circa 65mila parole. Il secondo di articoli ne ha «solo» 70 e di parole all’incirca 13mila. Pur essendo ancora sbrodolatamente prolissa, è già qualcosa. Due le novità apprezzabilissime del Trattato: primo, l’eliminazione dei simboli - bandiera, inno e motto - dal trallallà iconografico eurolandico. Il drappo blu stellato, l’Inno alla gioia e «In varietate concordia» da marchio di fabbrica sono ridotti a gadget. Secondo, la norma che prevede la possibilità di recedere, di scappar via, dall’Unione europea. E se l’Europa avverte la necessità di disciplinare l’esodo significa che qualche suo membro ci sta facendo un pensierino o, detta in altri termini, che non è tutt’oro quel che luccica. E che dunque è meglio premunirsi di un «piano B», garantendosi la via di fuga.
Per il resto, Trattato e Costituzione s’assomigliano nell’ambizioso fine di dare corpo politico all’Unione. E quindi di sottrarre sovranità agli Stati membri. Proposito che tuttavia qualcuno aggira appellandosi al diritto di «opt-out» detto altrimenti «clausola di esclusione». Inghilterra e Irlanda, ad esempio, l’hanno esercitato per esentarsi dall’applicare le decisioni comunitarie concernenti la giustizia, gli affari interni e, insieme alla Polonia, per non sottoscrivere la Carta dei diritti della quale disconoscono il valore giuridico. Inutile che io le ricordi, caro Bellomo, che l’Italia mai e poi mai ha avanzato clausole d’esclusione: per noi, da sempre, tutto quello che «fa» l’Europa è ben fatto. Anche le quote latte che hanno strangolato gli allevatori (la nostra quota è inferiore al fabbisogno nazionale). Anch’io, caro Bellomo, sono dell’idea che su argomenti che investono la sovranità nazionale e di conseguenza l’essenza stessa della cittadinanza sarebbe doveroso ricorrere al referendum popolare. Ne abbiamo fatto uno sugli orari dei negozi, figuriamoci se non sarebbe sacrosanto farne un altro sulla prospettiva che un bulgaro possa decidere cosa conviene a un italiano. Però vi si oppone l’articolo 75 della Costituzione che non ammette il referendum per le leggi di autorizzazione a ratificare trattati internazionali. Un bel guaio, al quale mi auguro proprio che questa legislatura «costituente» metta riparo.