Il tratto di un matita per raccontare la storia

La storia, ovviamente. Soprattutto quella di un «secolo breve» che già nei suoi primi vent'anni si rivela assordante, di sangue e silenzi. Quella che tra microstoria, carteggi, ricordi e celebrazioni a volte rischia, paradossalmente, di produrre grandi bolle di ridondanza: uno zero acustico che si fa distanza, superficie d'ovatta. Non per Giuseppe Marco Piccardo, che con l'esposizione «Uno sguardo sul Novecento» presentata da Giovanni Grasso alla Fondazione Garaventa a Genova (vico Falamonica 10/B rosso, fino al 27 febbraio 2009) la storia non guarda ma vive. Parole, ricordi e consonanze sottendono i suoi disegni, gli olii e quelle acqueforti che nel segno secco e deciso per graffi e accumuli si fanno grembo di una memoria attenta, viva e pulsante di umori. Così le nostre due guerre: la seconda vissuta pagando un gravissimo dazio personale e quella prima che si volle chiamare «grande» sperando che di peggiori il mondo non ne avrebbe conosciute. Ed è proprio in seno alla prima guerra mondiale, che quasi diventa prefigurazione della successiva, che si attua una sensibile e scoscesa riflessione su quegli eventi che hanno incrociato le rotte di chi di utopie, rivoluzioni e verità si cibava.
Giuseppe Marco Piccardo è cantore di una storia che si è fatta tale sulla tela lasciando i lidi rassicuranti della celebrazione decantata nel mito alla volta del reale, del fatto concreto. Che è uomo: paura, coraggio e sofferenza. A volte vittoria, più spesso sconfitta, in un mondo che non impara ad abbandonare la guerra anche quando vestita d'idea. Questa la genesi delle opere di Piccardo, che riportano al solco della vita poeti e artisti del primo '900 accarezzandone grandezza, caducità degli entusiasmi e amare consapevolezze con un segno capace di farle germinare. E così l'omaggio a Eugenio Baroni, soldato, grande scultore e «cerniera» tra le sferzate simboliste di Bistolfi e l'umanità di Rodin. Il monumento ai Mille, quello al Duca d'Aosta a Torino e il gruppo dei Mutilati: nell'incedere del lessico di Baroni verso l'essenzialità e il realismo, Piccardo ricuce la parabola personale e collettiva di una generazione, quella dei ragazzi del '99 ma anche dell'astro del Vate D'Annunzio capace d'infiammare le folle. E ancora Umberto Boccioni, Antonio Sant'Elia: la rivoluzione futurista che della tradizione voleva fare un falò e della velocità una dea e invece si trova in una guerra che non è certo la tanto chiosata «sola igiene del mondo». E poi la parola di Giuseppe Ungaretti, volontario sul Carso: l'uomo, che sia poeta o semplice soldato, si ritesse con dignità nelle opere di Piccardo, con quell'immediatezza figlia dell'esperire che impone di voltarsi indietro. Non con uno sguardo ma con tutto il corpo, per poi poter davvero camminare.