Travaglio attore nel film che uccide

«Non sarà facile. Sarà pieno di guardie del corpo. Indosserai scarpe da tennis e una pelliccia. Sotto, sarai nuda. Gli starai dietro, seguendolo in albergo. Sarà la manovra classica dei fans: cercare di stringergli la mano». Poi, la ragazza nera e sexy distrarrà l’obiettivo mobile, offrendosi a lui come mamma l’ha fatta, e premerà il grilletto. Non vuole farlo lei? Lo farà Kurtz, come in un videogame. Istruzioni per l’uso dalla sceneggiatura del film «Shooting Silvio»: sparare a Berlusconi si può. Anzi, si deve, come caldeggia la pellicola di Berardo Carboni, regista classe 1975, che al suo attivo ha una docu-fiction con Sandra Milo e che ha speso gli ultimi quattro anni della sua non poi così giovane esistenza per mettere in piedi novantasei minuti di «SS», abbreviando il titolo come quelli del cast (non senza trionfo sadico).
Con la partecipazione straordinaria (nel ruolo di se stesso) di Marco Travaglio, il giornalista piemontese che ha fatto fortuna attaccando l’ex premier per ogni via mediatica pagante, arriva in venti sale (incluso il cineforum Vaccarella di Taranto) questa produzione altermondialista Mork&Berry-Kubla Kahn, ieri preceduta da un lancio surreale alla Casa del Cinema, gemella veltroniana della DomKino moscovita: gli unici posti, al mondo, per la dottrina dei cinecittadini. «Nessun motivo giustifica il gesto di togliere la vita a qualcuno. Ammazzare per superare l’infelicità che uno ha dentro; aiutare se stessi, buttando giù l’altro, non mi trova d’accordo: se stai male, trova le risposte dentro di te», ha detto (portandosi l’indice destro al cuore) Melanine Gerren, l’attrice di colore, che in «Shooting Silvio» si rifiuta di finire l’uomo politico. Strano: gli applausi in sala, a seguire tale presa di distanza dall’ideologia fondante di «SS», ovvero l’odio per l’altro da sé, hanno la stessa intensità del battimani a fine film, quando Kurtz, lo scrittore fallito, che diventa killer, elimina fisicamente Berlusconi. È di scena il pianeta giovane dei centri sociali (l’operazione «SS» è nata al Leoncavallo, sponsor la stampa della rive gauche) e mancheranno altri muscoli, ma il cuore no. Poi, siamo nella settimana di Sanremo e il capoccione calvo di cartapesta similsilvio, con la pistola puntata alla tempia e Kurtz che sibila: «Le fischiano le orecchie, Presidente?», è troppo. Un pugno allo stomaco anche per i pacifisti no-global che amano i Kings of Convenience e i dj-set, Alessandro Haber (qui, notaio) e Remo Remotti (qui, tassinaro), cioè i vecchi pariolini, già arrabbiati col mondo negli stupidi Settanta. Il fatto è che «Shooting Silvio» tecnicamente funziona, col suo coinvolgente climax di tensioni in bianco/nero (quando si vede Berlusconi, che salta, per esempio, salutando la folla dal centro delle bodyguards), alternate al colore molto definito e intenso, tipico del videogioco. Come nei videogames, infatti, si punta la canna del fucile, il proiettile parte, lo schermo si fa nero assoluto, poi compare una scritta rossa che fibrilla: «Shooting Silvio». Game over, insomma. Uno di meno, che non è dei nostri. E meno male, perché prima di crepare, in diretta sul web, Silvio parla col suo uccisore e potrebbe essergli padre (Kurtz è orfano) mentre, con rassegnata mestizia, chiede: «Come ho potuto attirare tanto odio?». Sarà per questo, allora, che quelli della Casa distributrice Cinedance, lanciando il sasso e nascondendo la mano, s’industriano a dire che «Shooting Silvio» non è un film terrorista, né un docudrama contro Berlusconi. Fa paura, l’odio, adesso che la tigre ruggisce in un angolo, mentre la sinistra al Palazzo, con dentro tutto e il contrario di tutto, pare un boa alle prese con la difficile digestione di quanto ha dovuto mandar giù, per sopravvivere. «Kurtz rappresenta una generazione di ragazzi che rincorre un sogno. Qualunque esso sia», spiega il protagonista di «SS», volendo passare per uno di «Notte prima degli esami-oggi». Qua, però, è della notte della ragione che si tratta.