Travaglio ormai è diventato il furbetto del Tonino

Bisogna riconoscere che quando decise – ormai fanno più di dieci anni – di vestire i panni di Saint-Just, Marco Travaglio diede prova di grande coraggio. Nella comunità politica del «Franza o Spagna», dell’inciucio latente, del tengo famiglia, delle convergenze parallele, del dialogo e del compromesso (più o meno storico), dello «scagli la prima pietra» cattolico e del «compagno che sbaglia» comunista, un Angelo della morte – come lo storico Jules Michelet amabilmente definì Saint-Just – ha vita difficile. Ma Travaglio seppe tener botta: non si fece intimorire e riuscì anche a non farsi zittire del tutto (ora per leggerlo toccherebbe acquistare l’Unità, glorioso quotidiano con fascinosa direttrice, ma di nicchia se non proprio di loculo). E mai deviò dal suo principio guida – il «credo» di Saint-Just: nessuno può regnare, nessuno governare, nessuno far politica senza colpe. Quindi, botte da orbi a destra e a manca. Forse più a destra che a manca, ma non saremo noi a pesare in grammi le quintalate di denunce, addebiti e invettive che il buon Travaglio ha rovesciato sulla classe politica. Non tutte pertinenti, non tutte confortate da inattaccabili pezze d’appoggio, ma si sa che nel furore giacobino capita di farla fuori dal vaso. Poco male: l’importante è che la virtù trionfi, anche a costo di lasciarsi alle spalle una scia di cadaveri.
Sfidando non solo l’ostilità, ma anche l’antipatia (i Saint-Just sono, come lo era l’originale, inesorabilmente antipatici) Marco Travaglio è andato avanti per la sua strada, implacabile nel denunciare chi avesse sgarrato, chi s’era reso colpevole di delitti ma anche chi fosse solo sfiorato dal sospetto. Non costituisce reato l’aver stretto la mano a uno che dieci, quindici anni dopo è sospettato di colludere con la mafia. Per Travaglio, però, è «un fatto». E «un fatto», per Travaglio, è una condanna. Poi, nella sua limpida coscienza di moralizzatore qualcosa s’è incrinato. Piccoli cedimenti che lasciano intendere che a Travaglio è venuta meno la forza morale e civile necessaria per continuare a essere un Saint-Just fino in fondo. Chiamiamolo pure il piano B, ma s’è fatto meno intransigente o, per meglio dire, più furbetto, fino a scegliersi, nella figura di Antonio Di Pietro, un gran protettore. Anzi, un ammortizzatore sociale. E coscienzioso com’è, tutto d’un pezzo com’è, ha per prima cosa cavato l’uomo di Montenero di Bisaccia (e i suoi cari) dal tritacarne della questione morale, un attrezzo che quando vuole Travaglio sa far girare a mulinello e grazie al quale ha messo insieme qualcosa di più che due paghe per il lesso.
E così, ciò che per altri è causa di dannazione, di gogna perenne, di impedimento alla politica, per Di Pietro è «sciocchezza», è «pettegolezzo». Il colpo gobbo dipietrino – intascarsi l’affitto pagato dal partito (dell’Italia dei Valori, e mi raccomando i valori) per la sede situata in un edificio di proprietà del Di Pietro medesimo – è giudicato dall’ex spietato moralizzatore una semplice, veniale «caduta di stile». La bugia dipietrina su come venne a sapere che Mautone era indagato e che il telefono del figlio era sotto controllo, roba da fucilazione sul posto, per il Travaglio double face è faccenda di nessun interesse. E bubbole il grazioso omaggio d’una Mercedes, bubbole i 200 milioni nella scatola da scarpe. Peccato. Che brutto, che penoso ultimo atto. I Saint-Just non finiscono a tarallucci e vino, non passano al nemico scodinzolandogli attorno. I Saint-Just affrontano a testa alta il loro Termidoro. I Travaglio no. Lui ha preferito piegare la schiena. Una umanissima debolezza, certo, ma che assomiglia tanto alla pusillanimità.