Travaglio, il vate intoccabile con licenza di insultare tutti

Per lui è un dovere civico coprire di contumelie il presidente del
Consiglio. Ma se qualcuno si permette di rispondergli per le rime allora
diventa martire

Il guaio quando si parla di Travaglio è che si rischia di diventare come lui. Ma inquisitori si nasce. Resta il problema di come trattare il suo «caso». Sprezzanti. «Non mi abbasso a dialogare con un uomo condannato in primo grado per diffamazione». Minimizzanti. «Ma adesso non faccia la vittima». Consequenziali: «Se l’è cercata». Malfidati. «Secondo me ha pagato qualcuno per farsi insultare».

Volgari: «Ci pisciano in testa e ci dicono che piove». Spietati, rivendicando il sacrosanto diritto all’odio. «Chi l’ha detto che non si può odiare un uomo politico? O un personaggio pubblico? O un giornalista? O uno che va in tv? Chi l’ha detto che non si può augurare che il Creatore se lo porti via al più presto?». Soddisfatti. «Ben gli sta». Senatoriali. «Morte al tribuno». Fatalisti. «Sono i rischi del mestiere». Ideologici: «Comunista!». Stabilizzatori: «Non c’è pace con lui sulla scena». Psicanalitici: «È un mitomane». Neoclassici: «Fino a quando, Marco, abuserai della pazienza nostra». Sessantottini: «Insultare Travaglio non è reato». Infantili: «Odio, odio odio». Postmoderni: «Travaglio chi?».

Si può fare di tutto. Si può essere esattamente come lui. Si può stare qui, con l’indice alzato, a giudicare i vivi e i morti. Ma non puoi, proprio non ce la fai. Tra tutti i personaggi reali o immaginari davvero irritanti, di cui non comprendi il livore, non cerchi empatia e a cui non vuoi assolutamente assomigliare, ci sono loro, tipi così. Ecco un breve elenco: Catone il censore, Catone l’uticense, Kaifa, Nicolau Eymerick e Bernardo Gui, Louis Antoine de Saint-Just, l'arcidiacono Claude Frollo di Notre Dame de Paris, il Grande Inquisitore, Andrej Vishinskij, Joseph McCarthy e tutta la loro schiatta. Non è un giudizio morale. È una questione di pelle. Forse è quella vecchia storia della prima pietra. O la paura per i processi e le condanne di piazza. È quel dire che uno è colpevole al di qua di ogni ragionevole dubbio. È l’estetica della gogna. È la logica approssimativa del sospetto. È il terrore giacobino. È la morte di Calabresi. È l’ordalia televisiva. È la politica con altri mezzi. È l’allergia per tutto questo. Ergo: Travaglio è innocente. Nessuno può dire che è il mandante morale di Tartaglia. Nessuno tranne lui. Travaglio se fosse davvero Travaglio si condannerebbe.

È questo purtroppo il paradosso. Travaglio è innocente ma non si può essere solidali con lui. Per non tradirlo. Per non frantumare l’identità del suo personaggio. La storia è questa. Il «caso» nasce da un discorso a Montecitorio di Fabrizio Cicchitto, che dice: «La mano dell’aggressore di Berlusconi è stata armata da una spietata campagna di odio». E poi regala a Travaglio due parole: «Terrorista mediatico».

Marco Travaglio il giorno dopo è già la vittima. Lo sancisce Repubblica. Si fa suo paladino Antonio Padellaro, direttore del Fatto, quotidiano travagliesco, che definisce il discorso di Cicchitto un atto di aggressione violenta: «Il pestaggio di Marco si è sviluppato attraverso la falsificazione e manipolazione delle sue dichiarazioni. I diffamatori e i picchiatori a libro paga sappiano che risponderemo colpo su colpo». Lo certifica l’associazione della stampa romana: «Il vergognoso linciaggio non ha nulla a che vedere con il diritto di replica». Ok, vostro onore. Solo due domande. Ma Travaglio non è quello che chiama tutti i santi giorni Berlusconi psiconano, mafioso, satrapo e Al Tappone? Nulla da dire? Si può? Forse non è terrorismo, ma assomiglia così a occhio e croce a una campagna di odio. Dite di no? Dite che insultare Berlusconi è diritto di critica, è libertà di informazione, male che vada è satira. Tutti zitti, quindi. Sparare (metaforicamente) su Berlusconi non è peccato, anzi è quasi un dovere civico. Era solo un dubbio. Tanto per capire. Forse Travaglio gode di una sorta di immunità, come un sacerdote o una vestale, è sacro. Nessuno tocchi Travaglio.

Qualche tempo fa un collega, un cronista di questo giornale, è stato messo in croce da Travaglio sul blog Antefatto con queste parole: «squadrista della penna» e «picchiatore maccartista». Quel giorno, il 10 settembre 2009, i censori della stampa romana dormivano. Questo non è un «vergognoso linciaggio». È la libertà di Travaglio di rivendicare il sacrosanto diritto all’odio. Non importa. Non siamo qui per processare Travaglio. Solo il vero Travaglio può condannare Travaglio. E il tribunale della sua coscienza è senza dubbio al di sopra di ogni sospetto.

La storia finisce qui. Una sola cosa, per favore. A tutti i soccorritori di Travaglio: dopo aver fatto di Berlusconi un tiranno, risparmiateci la sublimazione di Travaglio in Matteotti.