Una «Traviata» di alto rango si merita il tutto esaurito

Al Teatro Filarmonico la rivelazione Elena Mosuc in un allestimento diretto da Stefano Trespidi e che vede sul podio il bravo Ivo Lipanovic

Alberto Cantù

da Verona

I direttori artistici delle Fondazioni liriche devono - dovrebbero - fare molte audizioni, così da scoprire nuovi talenti e rendere ottimali i costi (cantante giovane uguale cachet abbordabile). Devono (o dovrebbero) girare il mondo - s’intende senza parenti, congiunti e affini: in missione - per conoscere le realtà degli altri teatri. I più, invece, preferiscono servirsi delle agenzie: costa dieci volte tanto, a cantare sono sempre gli stessi, ma si fa prima.
Felice eccezione in un panorama non esaltante è Fabrizio Maria Carminati, da un paio d’anni direttore artistico dell’Arena di Verona che, forte della passata e felice esperienza al Donizetti di Bergamo, dove faceva miracoli con quattro soldi e, da bacchetta di corso internazionale, le realtà operistiche le conosce sul campo. Ragione per cui un sovrintendente lungimirante come Claudio Orazi non può che approvare e condividere le sue scelte.
È proprio Carminati ad avere «composto» la Traviata applaudita a oltranza ieri l’altro in un Teatro Filarmonico col «tutto esaurito». Quella che doveva essere una semplice pre-inaugurazione (Verona apre ufficialmente in gennaio con un Barbiere da Pesaro), un «progetto regionale» a basso costo con Adria e Bassano, è diventato uno spettacolo di eccellenza assoluta: con una Violetta Valery degna di qualsiasi teatro per mirabile tenuta vocale e intensità espressiva.
Violetta, alias la romena Elena Mosuc, lavora a Zurigo in un teatro «alla tedesca» dove si canta ogni sera un ruolo diverso. Il tenore cileno Tito Beltran (Alfredo), Carminati lo ha ascoltato in Spagna e il direttore d’orchestra, Ivo Lipanovic da Zagabria, a Brescia. Il quasi esordiente Silvio Zanon (Germont padre), fiume di voce da incanalare e modulare, è invece frutto di un’audizione.
L’allestimento, «povero ma bello», ambienta Traviata in una Parigi art nouveau fatta di vetrate, pannelli, affiches «alla Adolphe Mucha», il famoso artista floreale ceco. Le luci sono atteggiate psicologicamente. Tutto è «made in Verona»: veronese Stefano Trespidi (regia), direttore degli allestimenti Giuseppe De Filippi Venezia (scene), coreografa dell’Arena Maria Grazia Garofali. L’orchestra veronese - ottimo l’a solo di clarinetto - risponde al meglio a Lipanovic, gran concertatore visto che si è andati in scena senza prova generale: con un solo saggio d’assieme. I Preludi sono di diafana bellezza (in suoni, ecco la tisi della bella e morente Violetta), ad ampio respiro e pieni di colori. Bisognerà solo attenuare l’irruenza spropositata degli ottoni.
Accenti, moti del cuore, colorature salde ed eloquenti, un «Dite alla giovine» che è un sussurro disperato, un «Morrò» dirompente, l’«Addio del passato» tutto sul filo del dolore sacrificale fanno della Mosuc una Traviata, come dicevamo, di alto rango.