Travolse e uccise un 15enne La madre del ragazzo gli scrive: «Fatti processare»

«La prego signor C. A. consegni questa lettera aperta al suo avvocato, gli chieda di non patteggiare, la scongiuro in nome di Andrea, in nome del mio bellissimo bambino, non uccida due volte mio figlio, perché patteggiare la pena, scendere a compromessi con la legge per me, per tutti noi che abbiamo subito un lutto di questo genere, significa uccidere per la seconda volta chi ha perso la sua vita, massacrato sull’asfalto».
Inizia così l’appello di Elisabetta Cipollone, la mamma di Andrea De Nando, il 15enne morto la sera del 29 gennaio scorso a Peschiera Borromeo davanti agli occhi del gemello Christian, all’automobilista che, a bordo della sua Citroen C5, lo ha investito. L’incidente accadde davanti all’oratorio San Carlo della Sacra famiglia, lungo la Vecchia Paullese, dopo che il ragazzo aveva trascorso una giornata con gli amici all’oratorio. L’auto venne vista da diversi testimoni sfrecciare a tutta velocità, troppo rapidamente per potersi fermare in tempo. Il ragazzo venne colpito in pieno, trascinato a diversi metri di distanza. Disperata la corsa all’ospedale di San Donato, ma i traumi riportati da Andrea erano stati troppo gravi.
«Gentile signor C. A., non ci conosciamo - continua la madre del ragazzo ucciso - (...). Quella sera maledetta, quando ormai il mio bambino giaceva esanime travolto dalla sua auto lei, insieme alla sua famiglia, si era blindato in macchina, vedevo in lontananza le sembianze di sua moglie e dei suoi bimbi e non mi sono avvicinata. L’ho fatto apposta, a evitare azioni inconsulte. Credo sia un istinto naturale, umano, condivisibile. (...).Quale madre, quale padre, non avrebbe voluto ritorcersi contro di lei? Le augurai con tutto il mio cuore e con tutta la mia voce, di provare anche lei lo stesso dolore, le augurai veramente che anche lei e sua moglie e tutta la sua famiglia potesse soffrire e provare ciò che noi stavamo provando. Fu la reazione del primo momento».
«Ora, a distanza di circa 100 giorni, egregio signor C. A., posso dirle con la stessa sincerità con la quale pronunciai quelle parole che no, questo dolore non lo auguro neppure a colui che ha provocato la morte di mio figlio. Non auguro a nessuno, ma proprio a nessuno di voler riabbracciare il proprio figlio al punto che per poterlo fare io darei la mia stessa vita. Solo per poterlo salutare e baciare un minuto soltanto(...)».
«Lei quella sera aveva fretta e mio figlio è morto. Non funziona così signor C. A., no, proprio non funziona così. Se anche lei condivide questo mio pensiero, io le chiedo umilmente di avere pietà di noi, di avere un guizzo di onestà e di umanità, di riscattarsi da questa cosa terribile che lei ha compiuto, di lasciar perdere avvocati che probabilmente le daranno consigli in tal senso, lasci perdere tutto signor C. A., mi dia retta lasci perdere tutto, si metta a posto con la sua coscienza, lasci perdere i benefici che la legge garantista le consente. Non patteggi la pena. Chieda al suo avvocato di non patteggiare la pena, la prego, si sottoponga a giudizio ordinario, si sottoponga senza sconti alla legge che stabilirà le sue responsabilità. Non chieda benefici, mi creda, non le farà bene. Se lei dovesse farlo, come saranno tutte le prossime mattine della sua vita che le auguro lunghissima?(...)»