Travolta travestito Balla e seduce nei panni di un’obesa

da Locarno

Di solito non si vedono bei ragazzi perdere la testa per ragazze ciccione, ancorché in grado di ballare e muoversi con agilità. Né è concepibile che a Michelle Pfeiffer, star d'indiscutibile fascino, un uomo preferisca una balena, sotto le mentite spoglie di John Travolta, gonfiato ad arte con enormi protesi in lattice. È quanto accade nel musical Hairspray, remake del film di John Waters e adattamento dell'omonimo show di Broadway, ieri presentato in Piazza Grande. Firmato e coreografato da Adam Shankman, che della sua doppia «diversità» ha fatto una bandiera («appartengo a una minoranza, essendo ebreo e omosessuale, il che m'ha costretto a fornirmi d'una volontà di ferro»), questo musical politicamente corretto, dove bianchi ricchi e di bell'aspetto, però antipatici perché favoriti dalla vita, vengono umiliati da neri e obesi, svantaggiati sulla carta, ma abili nella danza e nella conquista d'un posto al sole, fluttua nella scia buonista dell'ipocrisia all american. «Bisogna essere grandi, per pensare in grande», dice Edna (Travolta), la mamma grassa di Tracy (Nikki Blonsky, che vale tanto quanto pesa nel ruolo dell'adolescente allegra e testarda), ragazzina pazza del Corny Collins Show, dove lei vuole esibirsi. Però sul palco, a ballare twist e cha-cha-cha, ci vanno i filiformi giovanotti anni Cinquanta, pomata sul ciuffo e via col be bop, nonché le ragazzine bionde, abito a palloncino strizzato bene in vita e vai con la testina cotonata: bisogna reclamizzare una lacca per capelli (il che significa «Hairspray»). Poi, ci sarebbero certi afroamericani, che si muovono indiavolati, facendo schizzare l'audience nella Baltimora incline ai cambiamenti. Per loro, comunque, la perfida tycoon in gonnella (la Pfeiffer), che paga lo show, ha ideato una «Giornata dei Negri», spazietto fisso e ben distinto da quello dei bianchi, tra i quali la di lei figliola, tanto carina quanto detestabile (è longilinea e non ha un capello fuori posto). Tra coreografie di gruppo alla West Side Story, dove gli afroamericani ballavano sui tetti con gli italiani e i portoricani, tutt'altro che integrati, e canzoncine rincuoranti i grassoni della società affluente, si arriva al gran finale: la gara di ballo verrà vinta da un'adolescente nera; si formeranno due coppie inedite (l'obesa Tracy col filiforme re del ballo; il nero Seaweed con la graziosa Penny, bianca e garantita) e mamma Travolta, divertente quando fa boccuccia di rosa, il collo affondato nel grasso di plastica, finalmente libera di ballare, indiavolata nell'abito in lurex taglia sessanta, felice di papparsi tutta la porchetta che vuole. Non è forse lei luce per gli occhi del marito (Christopher Walken, nel ruolo del venditore di gadgets, un pazzo che rifiuta le avances di Michelle Pfeiffer), lesto a ballare con lei (il pubblico gay si delizia quando gli attori Walker e Travolta si allacciano nel tango in cortile)?
Relativamente affrancato dall'originale, dove il travestito Divine aveva il ruolo ora di «Tony Manero» (impossibile non ricordare il Travolta della Febbre del sabato sera di cui dopodomani ricorre il trentennale), nelle intenzioni del regista Hairspray «vuol essere un omaggio all'infanzia di John Waters, che idolatrava i ballerini adolescenti in tv». Di fatto, si mette molta carne al fuoco: i diritti dei neri, le persecuzioni anticomuniste di McCarthy, le famiglie reazionarie, grasso è bello, per approdare a un luogo comune, tipico dei nostri giorni. Quello secondo il quale la diversità va di moda.