Tre anni di guerra e un’intesa di pace mai rispettata

Dal 2003 il Darfur è teatro di un feroce conflitto che vede contrapposte la maggioranza nera alla minoranza araba. Nella regione sudanese vivono circa 6 milioni di persone: musulmani, cristiani e animisti. La guerra civile (400mila morti e due milioni di profughi) è scoppiata sei anni dopo la proclamazione della supremazia della razza araba da parte della classe dominante (araba) in Sudan. Gli arabi del Darfur sono sempre stati appoggiati dal governo sudanese che è accusato di finanziare, addestrare e rifornire di armi i Janjaweed, una tribù nomade guerriera di origine araba autrice di stragi e distruzioni di villaggi. Il 5 maggio scorso è stato firmato un accordo di pace tra i movimenti della guerriglia e il governo di Khartoum, ma le violenze non sono terminate. E il 31 agosto, in seguito alle recrudescenze degli scontri, il Consiglio di sicurezza dell’Onu ha approvato una risoluzione (n. 1706) in cui è previsto l’invio di una nuova forza di pace, composta da 22.500 caschi blu, che sostituisca o affianchi i peacekeepers dell’Unione africana attualmente sul campo. Ma il governo sudanese ha avanzato forti obiezioni: non solo vuole allontanare i soldati dell’Unione africana, ma ha detto a chiare lettere che qualora le forze Onu dovessero entrare nel Darfur sarebbero considerate alla stregua di invasori. La situazione è ancora in fase di stallo.