In tre anni ha perso 1,3 miliardi e guadagnato sette milioni

E ora il manager lascia in anticipo, secondo le indiscrezioni, con la promessa dell’«immunità»

da Milano

Nel 2004 le perdite d’esercizio dell’Alitalia sono ammontate a 812 milioni. Nel 2005 a 167. Nel 2006, ferita recente, sono state di 380 milioni. Giancarlo Cimoli è stato nominato all’inizio del maggio 2004 presidente e amministratore delegato della compagnia, due cariche che fino a quel momento erano rimaste disgiunte e che gli hanno conferito poteri quasi assoluti per risanare una società già allora al collasso. Il primo anno, sul quale ha inciso per otto mesi, egli ha volutamente calcato la mano sulle perdite, scegliendo di contabilizzare nel loro complesso, in un solo esercizio, le spese di ristrutturazione (e poi c’era comunque l’alibi del primo quadrimestre di responsabilità altrui). Nel 2005, quindi, la perdita di 167 milioni è stata salutata come un grande successo: sembrava che le previsioni contenute nel piano industriale, che s’imperniavano sul ritorno in bonis nel 2006, stessero procedendo secondo scaletta. Ancora nel marzo 2006, pur mettendo già le mani avanti, il consiglio confermava un risultato positivo a fine anno.
Così non è stato: e le perdite registrate dall’Alitalia nei tre anni dell’era Cimoli ammontano dunque a 1.359 milioni di euro. Cimoli negli stessi tre anni ha incassato, tra componenti fisse e variabili della sua retribuzione, non meno di 7 milioni di euro. Il suo mandato sarebbe scaduto naturalmente la prossima primavera, con l’assemblea di bilancio; non è noto se gli verrà riconosciuta una buonuscita o comunque una misura economica di «accompagno» per l’anticipo. Ma, sempre stando a indiscrezioni, egli avrebbe ottenuto qualcosa di valore ben più elevato: quello di dormire sonni tranquilli. Avrebbe scambiato il suo farsi da parte con l’impegno a essere sollevato da qualsiasi eventuale azione di responsabilità relativa al suo mandato. Non male, per un amministratore che ha perso 1,359 miliardi. E forse, stando sempre ai gossip dei corridoi romani, Cimoli avrebbe anche ottenuto promesse per nuovi incarichi di prestigio: cosa che non stupisce fino in fondo, visto l’asse di fiducia rimato intatto fino all’ultimo con il ministro del Tesoro, Tommaso Padoa-Schioppa. Ma che cosa diranno, in questo caso, altri due ministri come Alessandro Bianchi (Trasporti) e Antonio Di Pietro (Infrastrutture), che in sede di governo sono stati tra i più fieri avversari di Cimoli?
Quali sono le ragioni del perpetuarsi del disastro dell’Alitalia? Cimoli - bisogna dargliene atto - ne ha ottenuto la sopravvivenza con due operazioni straordinarie che hanno impegnato fino in fondo le sue capacità persuasive e diplomatiche: il prestito ponte da 400 milioni (a fine 2004, poi rimborsato ipotecando gli aerei) e l’aumento di capitale da 1 miliardo (a fine 2005). Ma quelle risorse - guarda caso equivalenti alle perdite dei tre anni - non sono servite a nulla di visibile. Nessun investimento sulla flotta, nessun rinnovamento commerciale, nessuna reale espansione di network su base strategica. Scarso presidio del processo «core» del trasporto aereo, spezzettato in un confuso spin off di attività. Linee di management mortificate, dispersione di esperienze e sindacati bellicosi e confusi. Questa è l’Alitalia che lascia Cimoli.