Tre boss pentiti mettono nei guai il pm che indagò il Cavaliere

Veleni di camorra. Chiamato in causa Paolo Mancuso, ex procuratore aggiunto di Napoli, già prosciolto cinque anni fa per favoreggiamento

Ancora sospetti, ancora veleni di camorra. E ancora una volta spunta il nome della toga Paolo Mancuso, precedentemente prosciolto da simili accuse con un’archiviazione costellata di ombre. L’ex procuratore aggiunto di Napoli, già punta di diamante della corrente rossa di Magistratura democratica nonché coordinatore dei pm nell’inchiesta su Saccà e Berlusconi (quella contraddistinta dalle fughe di notizie su Repubblica), sarebbe stato tirato in ballo da tre boss pentiti per suoi presunti rapporti con il Provenzano della camorra. L’inchiesta è incardinata per competenza a Roma dove «dorme» da oltre un anno senza particolare clamore.
Le accuse dei collaboratori di giustizia - tutte da verificare e da prendere con le pinze in attesa dei dovuti riscontri - farebbero riferimento a una vicinanza fra il magistrato e il super boss di Scampia, Paolo Di Lauro, alias «Ciruzzo ’o milionario». Dichiarazioni tutte «de relato». Mancuso, a oggi, non risulterebbe iscritto nel registro degli indagati. Il suo nome compare fra le carte del procedimento affidato al pm della Dda capitolina, De Falco, che, secondo i legali di Mancuso, non riguarderebbe il magistrato ma altri personaggi legati alla camorra napoletana.
A puntare il dito sul procuratore, oggi agli uffici giudiziari di Nola, tre esponenti di spicco della criminalità campana: innanzitutto Peppe Misso junior, detto «’o chiatto», nipote ed erede dell’omonimo super boss detto «’o nasone», mammasantissima della camorra, noto alle cronache anche per il suo coinvolgimento nelle inchieste sulla strage del Rapido 904. Tre anni fa, ai pm della Dda Sergenti e Narducci, Misso jr ha rivelato che lo zio gli aveva confidato che all’origine dell’accordo fra il suo potentissimo clan e la cosca Di Lauro vi era l’eccezionale canale di riciclaggio nella disponibilità di quel Di Lauro che poteva anche contare - sempre a dar retta al pentito - su protezioni in ambienti giudiziari per il collegamento diretto con il giudice Paolo Mancuso, collegamento a suo dire avviato addirittura nei primi anni Novanta. Lo zio boss, collaborante anch’esso, sarebbe stato ascoltato sul punto dai magistrati romani e a precisa contestazione non avrebbe confermato la versione del nipote sul collegamento Mancuso-Di Lauro.
Per la cronaca, proprio Misso senior, quando decise di pentirsi, scrisse una lettera al procuratore Paolo Mancuso che, non essendo alla Dda, chiese il permesso al procuratore capo di parlare col «padrino» per convincerlo a collaborare: il procuratore Lepore diede l’ok, Mancuso andò in carcere e Misso senior tradì per sempre la sua famiglia criminale.
Tornando a Misso jr, quando si decide a fare il nome del giudice Mancuso lo accosta a quello di Stefano Marano, un industriale dell’hinterland napoletano, già coinvolto nella precedente inchiesta che coinvolse Mancuso, indagato nel 2004 (poi archiviato) per rivelazioni d’atti d’ufficio e favoreggiamento aggravato dall’aver agevolato l’associazione camorristica capeggiata da Paolo Di Lauro. Marano, per quanto a Misso junior avrebbe detto lo zio Misso senior, sarebbe stato il tramite fra Mancuso e Di Lauro.
Un pezzo da novanta della camorra che conta, il killer-pentito Maurizio Prestieri, tira in ballo il magistrato («Paolo Di Lauro mi disse: il mio referente in procura è Paolo Mancuso») e pure lui a un certo punto cita Marano - sempre prosciolto nelle inchieste in cui è stato coinvolto - quale «riciclatore» del clan più potente di Scampia.
Il giudice Mancuso ha sempre negato una frequentazione assidua con Marano, indipendentemente da quel che veniva fuori dai contenuti delle intercettazioni sull’utenza dell’imprenditore a proposito della partecipazione di entrambi a battute di caccia anche fuori dai confini nazionali.
L’inchiesta fu lunga e tormentata. E se nel 2005 la procura di Roma chiese e ottenne l’archiviazione di Mancuso per mancanza di «prove piene» rispetto ai fatti contestati, in sentenza i magistrati romani non lesinarono critiche al collega partenopeo sul quale vennero riscontrati «elementi di un certo rilievo» che hanno «sicuramente un alto valore indiziante», posto che Mancuso - si legge nel dispositivo della sentenza - ha tenuto comportamenti «singolari e inopportuni», «numerosi contatti e frequentazioni con soggetti pregiudicati e indagati dal suo stesso ufficio». Fecero notare inoltre come Paolo Mancuso fosse «andato a caccia, probabilmente di frodo, in compagnia di un soggetto indagato per associazione a delinquere».
Il terzo pentito dell’inchiesta romana è in realtà un ex pentito campano, essendo stato declassato perché faceva estorsioni. Secondo quanto riporta il Roma costui è Antonio Cutolo, capozona della Nco di San Giuseppe Vesuviano, e al pm Maria Antonietta Troncone ha riferito parecchie cose per sentito dire, compresa quella che Paolo Mancuso si sarebbe interessato alle condizioni carcerarie di camorristi. La difesa di Mancuso, interpellata dal Giornale, preannuncia querele nei confronti di chiunque «getterà fango sull’onorabilità di Paolo Mancuso». L’avvocato Peppino Fusco non ci tiene a commentare. Precisa soltanto che il suo assistito non è iscritto sul registro degli indagati. «L’unica cosa certa - dice - è che a Roma c’è un’inchiesta a carico di altri personaggi, non di Mancuso, citato da tre pentiti in maniera marginale e generica. Quanto ai presunti favoritismi per alcuni detenuti, beh, qui siamo alla diffamazione perché è già stato tutto chiarito nell’indagine precedente. Sull’inchiesta romana a quanto ne so pende una richiesta di archiviazione».
E mentre la procura capitolina tace, l’esponente del Pdl campano, Marcello Taglialatela, sollecita una presa di posizione del Guardasigilli Alfano per fugare ogni dubbio sulla correttezza delle indagini nei confronti di Paolo Mancuso che nel 2011 potrebbe candidarsi proprio alla guida della procura di Napoli. Che ha ripetutamente indagato su di lui.
gianmarco.chiocci@ilgiornale.it