TRE CALCI DI RIGORE AL MONDO DEL PALLONE

Il calcio è una grande industria: circolano soldi a tutto andare. Ma il calcio è anche un mondo pieno di regole da rispettare, di intrecci vari che rendono non facile la vita di chi deve farle rispettare. Ma non è tutto: il calcio è anche un fatto di popolo che ha diritto a vedere con chiarezza come sono andate le cose e le soluzioni che vengono prospettate. Il tutto va fatto presto e bene che, in questo caso, devono stare insieme. Alcune riflessioni dettate, lo speriamo, dal buon senso più che da una competenza specifica nel settore.
Partiamo dal commissariamento della Figc, la Federazione italiana giuoco calcio. Fra gli altri nomi, e sembra che siano tra i più accreditati, si fanno anche nomi di calciatori per la figura di commissario. Ora, con tutto il rispetto per questi signori, in questo caso non si tratta di sapere come funziona il gioco del calcio ma si tratta di sapere come funzionano delle aziende, dei bilanci, dei possibili fallimenti. È questione di pallottoliere più che di pallone. Inoltre, non è richiesta un’esperienza sul campo. O meglio: non sul campo di calcio, ma nel campo delle regole, delle norme, delle leggi. Per fare bene il commissario bisogna saper regolare questo mondo in modo da rendere i diritti più certi possibile e il loro rispetto più probabile. Forse è meglio non essere del settore, proprio per avere quel distacco necessario a valutare le cose nel modo più oggettivo possibile.
Sarebbe poi desiderabile che gli arbitri non stessero sotto lo stesso tetto dove stanno tutti gli altri attori di questo sport: giocatori, amministratori, dirigenti. Questo giornale ha sempre appoggiato una battaglia politica sacrosanta, che è quella che vorrebbe vedere divise le carriere dei pm e quelle dei giudici. Per gli stessi motivi vorrebbe vedere divisi i controllori dai controllati. Gli arbitri da chi gioca. È un fatto, anche questo, di senso comune: si devono tenere distinti (e possibilmente anche distanti) tutti quei soggetti che svolgono funzioni tali che le une devono in qualche modo percorrere strade non comuni alle altre: chi accusa e chi giudica, chi controlla e chi è controllato. Tutti sullo stesso campo di gioco, non tutti sotto lo stesso tetto.
E a proposito di campi, sarebbe anche il caso di interrogarsi se le squadre di calcio italiane hanno i requisiti per calcare i campi della Borsa: i fatti di questi giorni, ma non solo quelli, legittimano più di una perplessità.
Queste di cui stiamo ragionando sono cose molto serie, non per riguardo alla serietà (che non esiste) di chi ha combinato questo caos. Sono serie perché riguardano qualche milione di italiani. Quelli che credono nello sport perché piace loro guardarlo, quelli che ci credono perché lo praticano (e per fortuna non c’è solo il calcio), quelli che si danno da fare gratuitamente all’interno di migliaia di associazioni volontarie e anche quelli che sul calcio investono.
Cioè non è una questione seria perché ci sono di mezzo tanti soldi, uomini famosi, vere e proprie star che sono ormai i calciatori. È seria perché il comportamento di questi signori può concorrere a creare un bello spettacolo ma può, se svolto nel pantano, incidere negativamente sui sogni, sulle attività e sulla passione di qualche milione di giovani. Ci vuole sempre sommo rispetto, da parte di chi è sotto i riflettori, verso coloro che lavorano in silenzio e fuori dai coni di luce. Per questo è urgente fare chiarezza, più urgente punire chi ha sbagliato, urgentissimo mettere mano a regole che ridiano fiducia a chi in Italia vuole ancora credere nel calcio e nello sport.