Tre emergenze per l’Europa Ma ora gli Usa non ci salvano

L’America "valuta misure appropriate". E stavolta non possiamo delegare
Berlusconi: "Violenze inaccettabili, però va evitato che il Paese si
spacchi"

Di fronte al precipitare della situazione in Libia, gli Stati Uniti «stanno studiando tutte le azioni appropriate» e chiedono perentoriamente «chiarimenti» agli esponenti del regime, lasciando intendere che potrebbero intervenire.
L’Unione Europea, invece, per ora si limita a condannare l’uso della forza. Quanto all’Italia, visti gli stretti rapporti che intrattiene ora, e che dovrà intrattenere anche domani in caso di successo della rivoluzione con la ex Quarta sponda, esorta la Ue a non cercare di imporre la propria forma di democrazia e a lasciare i libici liberi di scegliere la propria strada.

Chi ha ragione? È il caso di pensare a un intervento, considerato che perfino Saif el-Islam, il figlio «liberal» di Gheddafi che la notte scorsa si è rivolto alla popolazione via Tv, ha fatto balenare ai suoi connazionali la possibilità di una iniziativa di tipo coloniale se i ribelli non accetteranno di trattare e precipiteranno il Paese nel caos? Oppure, come è stato fatto in tante altre occasioni, è meglio attenersi alle deplorazioni e a sterili inviti a porre fine agli scontri? Difficile dirlo. È comunque abbastanza paradossale che ad essere, per così dire, in prima linea sia l’America, che in questo momento è certo più preoccupata per gli sviluppi a Bahrein e nel Golfo, invece che l’Europa, per cui il successo della rivoluzione in Libia avrebbe conseguenze immediate, dirette e molto pesanti. Ma una spiegazione c’è: di fronte a una emergenza nel Mediterraneo, è difficile mettere d’accordo i Paesi che vi si affacciano con quelli del Nord per una azione incisiva e, alla faccia del Trattato di Lisbona, l’Alto rappresentante per la politica estera non può che dire banalità. Bene ha fatto ieri il nostro premier a prendere posizione attraverso una nota ufficiale di Palazzo Chigi. Il premier «è allarmato per l’aggravarsi degli scontri e condanna le inaccettabili violenze sulla popolazione civile». Ma non c’è solo il lato umanitario, il presidente del Consiglio ha anche sostenuto che «impedire che la crisi degeneri in una guerra civile dalle conseguenze difficilmente prevedibili e favorire una soluzione pacifica che tuteli l’integrità del Paese»

A parte l’orrore per le stragi che le forze di sicurezza stanno compiendo, tre sono le emergenze cui dovremo fare fronte. La prima è l’inevitabile ripresa della immigrazione clandestina, non appena le centinaia di migliaia di africani che sono stati finora bloccati in Libia grazie al Trattato del 2009 si renderanno conto che l’apparato di sicurezza che impediva loro di prendere il mare si sta sgretolando; è una emergenza soprattutto italiana, perché i barconi di disperati si dirigeranno quasi tutti verso il nostro Paese. Per fortuna, dopo l’ondata di arrivi dalla Tunisia, la Ue si è resa conto che il problema riguardava anche altri Paesi e ha deciso di fare la sua parte: in che cosa consisterà, e se Bruxelles arriverà ad autorizzare eventualmente i respingimenti rimane tuttavia da vedere.
La seconda emergenza riguarda il petrolio, i cui prezzi stanno schizzando rapidamente in alto. La Libia è, con Nigeria e Angola, uno dei tre grandi produttori africani di idrocarburi e per noi un fornitore non facilmente sostituibile. Per adesso, sembra che il flusso continui, ma una delle tribù che controllano le zone di produzione ha già detto che è pronta a interromperlo e comunque qualche problema ci sarà di sicuro. Tra l’altro non solo l’Eni, ma anche le compagnie anglosassoni hanno iniziato il ritiro dei rispettivi personali. Sul medio e lungo termine, comunque, le forniture dovrebbero essere mantenute, perché chiunque vada al potere avrà un disperato bisogno dei petrodollari.

La terza emergenza è forse la più grave, ma anche la meno immediata. È la possibilità, evocata sia da Saif, sia da Frattini, che la Libia si spacchi in due e che in Cirenaica, dove la tradizione lo favorisce, nasca un «emirato islamico». Il nostro ministro degli Esteri ha già specificato che considera una simile eventualità pericolosa per la nostra sicurezza, perché se Bengasi diventasse una città in cui Al Qaeda si può muovere liberamente, le possibilità di attacchi terroristici all’Italia aumenterebbero in maniera esponenziale.