Tre grandi nomi da «repertorio»

Laura Novelli

Luigi Pirandello, Carlo Goldoni, Annibale Ruccello: tre grandi nomi del nostro repertorio per tre spettacoli che - attesi questa sera all’Eliseo, a India e al Quirino - si impongono quali segnali emblematici di una duplice tendenza: da una parte, la necessità di rileggere i classici in chiave moderna o di tradurli in codici espressivi innovativi; dall’altra, la volontà di ridare slancio alla drammaturgia italiana e di comprenderne a fondo tanto le ragioni (e tensioni) storiche quanto il tessuto linguistico.
Nella sala di via Nazionale Luca De Fusco presenta La trilogia della villeggiatura di Goldoni: uno spettacolo che comprende tre celebri commedie dell’autore veneziano - Le smanie per la villeggiatura, Le avventure della villeggiatura e Il ritorno dalla villeggiatura - ritenute da sempre un desolato affresco di umanità avviata sul viale del tramonto: il canto del cigno di una società borghese che si scopre priva di ideali e valori. L’esperienza della vacanza estiva (prima vagheggiata con entusiasmo poi subita con noia e, infine, conclusa in un crepuscolare clima di delusione) evoca, infatti, l’idea stessa della vita che passa, della storia personale e collettiva che alterna momenti di fervore e positività a momenti di mesto disinganno. E non è un caso che De Fusco decida di ambientare il suo lavoro in tre «cornici» diverse ma complementari: il ’700 per Le smanie, gli anni ’60 (con tanto di abiti vintage e canzoni di Gino Paoli) per il testo centrale e un non meglio definito clima da film noir per il languore de Il ritorno. Il tutto senza alcuna intenzione di stravolgere la complessità della trilogia. Anzi, secondo lo stesso regista, questo «slittamento temporale permette al testo di parlare più direttamente alle nostre coscienze, di presentare un Goldoni contemporaneo». Che spetta ad interpreti ben collaudati quali, tra gli altri, Lello Arena, Gaia Aprea, Max Malatesta e Leandro Amato porgere al pubblico con incisività.
E in fatto di incisività promette molto anche il lavoro che Vincenzo Pirrotta ha realizzato per il Teatro di Roma a partire da La sagra del signore della nave (in cartellone a India). Opera pirandelliana tra le meno conosciute e meno frequentate (fu scritta nel ’25 per la Compagnia del Teatro d’Arte), viene affrontata qui scavando dentro le radici siciliane di una ritualità agreste e violenta che si fa lingua, musica, immaginario circense, liturgia (in linea con lo stile da moderno «cuntista» dello stesso Pirrotta, interessante voce della nostra scena giovanile che nelle stagioni scorse ci ha regalato ottime prove). La trama ha per sfondo la scanna di un maiale e si snoda attraverso i vari passaggi di un dialogo-apologo che rappresenta una vera e propria disputa sulla dignità dell’uomo messa a confronto con quella del porco.
Legato al nostro Sud è pure Ferdinando, il testo più maturo di Ruccello che la Danieli porta sul palcoscenico del Quirino riproponendo la regia dello stesso autore (scomparso venti anni fa) e interpretando ancora una volta un personaggio tra i più complessi e intriganti della sua carriera. Donna Clotilde è una dispotica baronessa borbonica che, durante il periodo dell’unificazione nazionale, si rifugia in una villa sul Vesuvio insieme con una cugina (Luisa Amatucci) molto più povera di lei (ma ben più furba). L’equilibrio assai precario del loro rapporto verrà drammaticamente scosso dall’arrivo del bel nipote di Clotilde, Ferdinando (Adriano Mottola), il quale spezzerà il meccanismo carnefice-vittima che tiene legate le donne portando alla superficie un inestricabile groviglio di sentimenti controversi.
Al di là di questi titoli «classici», la scena capitolina si arricchisce poi, sempre da questa sera, di alcuni nuovi testi di autori contemporanei che suscitano una certa curiosità. All’Argot, per esempio, debutta una gustosa pièce a sfondo etilico, «Vino dentro», ispirata al romanzo omonimo dello scrittore altoatesino Fabio Marcotto. Prodotto dallo Stabile di Bolzano, il monologo racconta le vicende di un impiegato ingrigito dalla routine (lo interpreta Antonio Caldonazzi) che, dopo aver scoperto le gioie del vino, diventa un esperto di primordine e cambia radicalmente vita. Non senza qualche ombra su cui varrà comunque la pena riflettere.
Al Piccolo Jovinelli, infine, Mattia Torre e Giacomo Ciarrapico (pure regista e interprete) portano Tutto a posto: storia comica di un suicidio mancato dove le quattro parti della mente di un poetastro senza futuro (e cioè Super-Io, Coscienza, Istinto e Inconscio) si ritrovano intorno ad un tavolo decise a salvargli la vita.