TRE GRAVI ERRORI

Sbagliato il modo, sbagliato il momento, sbagliato il bersaglio. La contestazione che tre parlamentari leghisti hanno inscenato, nell’assemblea di Strasburgo, durante il discorso del presidente Ciampi, non ha avuto solo l’impronta della maleducazione, che già è grave: ha avuto l’impronta dell’irresponsabilità politica che nella sostanza è molto peggio. È stato offeso, con plateale volgarità, il capo dello Stato: cui non sono mancate, dopo l’increscioso episodio, le espressioni di sincera solidarietà da ogni partito, Lega esclusa, ovviamente. Ma ancor più che Ciampi la sortita tonitruante dei tre moschettieri padani ha colpito Silvio Berlusconi: che deve tenere insieme una coalizione composita, che s’è assicurato in una fase critica il sostegno di Umberto Bossi, che ha avuto cura d’eliminare ogni ombra tra Palazzo Chigi e il Quirinale, e che adesso si trova alle prese con il disagio e le polemiche derivanti da un gesto sgradevole e gratuito.
E la Lega, sostiene qualcuno, ha per tradizione una certa licenza di chiassosità e di volgarità. Ammesso e non concesso questo margine di speciale benevolenza, rimango del parere che sia stato passato il segno. Ignoro se Umberto Bossi avesse dato ai suoi ufficiali o sottufficiali il via libera per la piazzata. Suppongo di no, e spero di no. Guidato, con stento e tormento fisico, da un leader che delinea la strategia ma che temo non riesca a occuparsi della tattica quotidiana, il Carroccio sembra in alcuni momenti lanciato a corsa sfrenata come le bighe di Ben Hur. Ne verrà a Borghezio, Salvini e Speroni, probabilmente, una popolarità da mettere a frutto nelle politiche del 2006, non ne verrà alcun attestato di saggezza civile.
Intendiamoci, il vizio di portare a Strasburgo e in altre sedi internazionali maggiori o minori o infime beghe del Palazzo italiano - anzi, nei suoi ambiti meno raccomandabili - è di vecchia data: e può essere addebitato in particolar modo alla sinistra, da anni impegnata con accanimento furibondo nello screditare, comunque e dovunque, il Cavaliere. Con la logica d’un comparativismo di cui si fa largo uso l’incidente di Strasburgo potrebbe anche essere ritenuto, sul piatto della bilancia, non pesante.
Questa opinione mi sembra riduttiva. Ciampi era a Strasburgo nel nome e per conto dell’Italia. Lo circondavano la considerazione e la stima - senza distinzioni di schieramento - d’una assemblea attenta: che ascoltava le sue parole con rispetto - non necessariamente condividendole tutte - e che le ha applaudite. Dovevano essere proprio alcuni italiani i guastafeste? Quando un Parlamento riceve un capo di Stato si suppone che non lo faccia per fischiarlo. Può anche non piacere l’aspetto rituale e cerimoniale di questi incontri: ma il discorso vale per innumerevoli altri impegni dei Potenti. Obietteranno i leghisti che Ciampi si è occupato dell’Europa e dell’euro (di quest’ultimo rivendicando l’utilità) e a loro non piace né l’uno, né l’altra: dunque legittimamente hanno dissentito.
Il ragionamento non mi convince. I tre si sono fatti eleggere a Strasburgo benché l’Europa gli faccia schifo, il che rimane piuttosto misterioso. Ma essendo a Strasburgo questi ideatori dell’Europa e dell’euro devono sorbirsi delle sedute dove inevitabilmente non si fa altro che discorrere di Europa e di euro: e lì hanno tutto il tempo che vogliono per criticare. Sorbirsi tanti interventi inneggianti all’Europa deve essere per loro un tormento. Per evitarlo stiano alla larga da Strasburgo almeno se ci va Ciampi. Proteggeranno il loro fegato e il nostro di italiani comuni che non siamo ansiosi di vituperare all’estero chi ci rappresenta quando ci rappresenta. Si chiami Ciampi o si chiami Berlusconi.