TRE INCHIESTE, UNA CITTÀ

Da un paio di settimane vi stiamo proponendo due inchieste che fotografano la situazione di parchi e ville cittadine da un lato, e delle stazioni ferroviarie genovesi dall’altro. Due viaggi molto documentati, firmati da due ottimi e scrupolosi cronisti come i nostri Diego Ponzé ed Edoardo Musicò, che hanno l’accento sui cognomi e sugli articoli.
Articoli che non hanno lo scopo di criticare o elogiare a priori la situazione, ma semplicemente di fotografarla. Poi, le conclusioni spettano a chi legge. Crediamo sia l’abc del nostro mestiere. E ci piacerebbe fosse anche l’abc di un’opposizione che guadagnerebbe credibilità segnalando le cose che non vanno e applaudendo quelle che funzionano. Potrebbe essere l’inizio di una nuova stagione anche per il centrodestra, che - a tratti - sembra ancora chiuso nell’elaborazione del lutto per la sconfitta elettorale della primavera scorsa. Evento assolutamente rispettabile, per carità. Ma che non sembra destinato a creare le basi per future vittorie.
Da oggi, poi, la nostra Stefania Antonetti completa il trittico di inchieste viaggiando attraverso tutti i cimiteri cittadini, compresi quelli dimenticati persino dal Comune. E, anche in questo caso, Stefania con la sua grande sensibilità mette in luce aspetti positivi e negativi. Articoli che racchiudono un doppio sogno: quello di avere cimiteri migliori sempre e quello di avere cimiteri migliori prima del 2 novembre. Perchè, almeno in quei giorni in cui tutti salutano i loro morti, al dolore per la perdita dei nostri cari non si aggiunga quello per la perdita del pudore da parte di chi dovrebbe garantire un minimo di decoro almeno ai cimiteri.
Tre inchieste, tre fotografie di una città, tre modi di urlare il disagio che vogliono testimoniare una disperata voglia di normalità, di qualità della vita (e, nel caso dei cimiteri, di qualità della morte) degne di questo nome.
Non è un caso che abbiamo scelto questi tre settori, fra i tanti che potevamo prendere in considerazione. Perchè credo siano proprio sintomo di attenzione alle fasce più deboli. Ridando anche il giusto significato a questa parola: deboli non sono i rom che vivono nell’illegalità; non sono i negozianti che non rilasciano scontrini fiscali; non sono i membri di comitati che bloccano qualsiasi opera con il ricatto di alzare la voce; non sono i lavavetri; non sono le prostitute, minorenni o maggiorenni che siano, nè i loro clienti che sembrano diventati l’interesse principale di una città impazzita e di una politica avvitata su se stessa.
Deboli sono gli anziani e i bambini che passano le giornate ai parchi e nei giardini pubblici e che vorrebbero avere diritto a panchine e giochi degni di questo nome; deboli sono gli utenti dei treni, che vorrebbero avere diritto ad attendere i mezzi per andare a lavorare o spostarsi in città in un luogo decente; deboli sono coloro che rivendicano come unico diritto quello di pregare sulla tomba dei loro cari, purchè sia curata in modo dignitoso.
Speriamo che queste inchieste servano a chi governa la città a fare qualcosa per migliorare la qualità della vita, al di là di proclami e parole che sembrano la specialità di sindaco e assessori. E che servano all’opposizione per capire che, fuori dal sensazionalismo e dalla ricerca dello scandalo sempre e comunque, c’è un mondo. C’è il mondo.