Tre incognite per il «nonno nazionale»

In mancanza di novità - solo la prossima settimana si saprà chi guiderà il Likud del dopo Sharon - il fatto più significativo della politica israeliana sembra essere il cambio di nome alla lista elettorale del premier. Da «Responsabilità nazionale» è diventata «Kadima» (Avanti). Per Sharon, il più irresponsabile dei leader israeliani, presentarsi come difensore della responsabilità nazionale era, per lo meno, curioso. Gli conviene invece il grido dei paracadutisti «kadima» che è sempre stato la sua divisa militare e politica anche se spesso non sapeva in che direzione avanzare con la sua gentilezza di «bulldozer». Ciò vale anche per il nuovo partito che, per il momento, non dispone né di programma né di altra carta elettorale su cui puntare se non la popolarità di Sharon e il prestigio internazionale che ha saputo ridare a Israele per la capacità di prendere decisioni impopolari come l’evacuazione unilaterale di Gaza.
I sondaggi di fine di settimana continuano a mostrare tre tendenze. La lista di Sharon resta in testa con 33-34 deputati nel Parlamento che uscirà dalle elezioni del 28 marzo prossimo. Il partito laburista è secondo con 26-28 deputati, il Likud dilaniato da feroci lotte personali crollerebbe a 13 se fosse guidato da Netanyahu.
Gli analisti politici si chiedono pertanto come mai un personaggio così controverso come Sharon (con due figli considerati nei sondaggi tra i politicanti e affaristi più corrotti) continui ad attrarre tanta simpatia. Anche perché nell’ultimo rapporto Onu sulla corruzione Israele è passato dalla prima alla seconda decina dei Paesi meno corrotti nel mondo.
Ciò che gioca in favore di Sharon è la sua immagine di contadino pioniere, autentico rappresentante di quella generazione in via di estinzione, che ha creato lo Stato e vinto le sue guerre. Se in passato Sharon era visto come un militare spietato e un ideologo politico amorale, la sua immagine attuale è quella di una specie di «nonno nazionale». In una società che ha perso le sue ideologie - di destra e di sinistra - e buona parte dei suoi valori ebraici tradizionali, Sharon appare come un modello di pragmatismo capace, se l’interesse del Paese lo richiede, di cambiare convinzioni e distruggere quello che aveva creato. Infine - e non è poco - il Paese apprezza la sua «filosofia di sfiducia» nei confronti degli arabi, mentre questi lo temono e - come dimostra il messaggio di auguri inviatogli dal presidente egiziano Mubarak - lo credono capace di onorare gli impegni presi.
Il personaggio rappresenta dunque un valore elettorale corposo per una lista che, almeno per ora, non ha programmi politici, sociali, economici e culturali. Se questo sarà sufficiente ad assicurargli la vittoria è tutto da vedere. Molto dipende da tre fattori molto differenti fra loro: 1) il comportamento dei palestinesi, che potrà essere collaborativo od ostile; 2) i fondi che banche e industriali israeliani e finanzieri ebrei della diaspora metteranno a disposizione del partito che riterranno più consono ai loro interessi (Kadima o laburisti); 3) il tempo: tre mesi e mezzo sono lunghi e spossanti per un partito senza strutture come quello di Sharon.
Ma il tempo nello stesso momento aiuta la strategia politica fondata sulla convinzione che solo un cambiamento di atteggiamento del mondo arabo verso Israele può permettere ai palestinesi di essere «più realisti del re» e cercare la pace alle condizioni di Sharon.