Tre kamikaze vestiti da donne È strage nella moschea sciita

Oltre 70 morti in un attentato suicida a Bagdad, ennesimo tentativo di destabilizzare l’Irak scatenando una guerra civile su base religiosa

Roberto Fabbri

Un’altra strage per far naufragare il precario equilibrio sociale ed interreligioso in Irak. Tre persone vestite con la tradizionale abaya, l’abito nero delle donne sciite (ma sembra che due di loro fossero uomini travestiti), si sono mescolate tra la folla nell’antica moschea sciita di Buratha, nella zona di al-Atifiyya a Bagdad, considerato uno dei luoghi sacri più cari ai musulmani di credo sciita, e hanno fatto saltare le cinture piene di esplosivo che avevano addosso: secondo un portavoce del ministero della Sanità le vittime dello spaventoso attentato sarebbero 79 e ben 164 i feriti.
La strage è avvenuta intorno alle 15.30 (ora locale), quando i fedeli si apprestavano a lasciare la moschea al termine della preghiera del venerdì. La violenza delle esplosioni è stata tale che in un primo momento si era parlato di tre colpi di mortaio. Inizialmente si era temuto che tra le vittime dell’attentato ci fosse anche l'imam della moschea, Jalaleddin al-Saghir.
Più tardi, però, è stato lui stesso a dichiarare alla tv araba al Arabiya che «dai primi elementi dell'indagine è emerso che una donna, o un uomo vestito da donna, è riuscita a passare il posto di sicurezza all'entrata riservata alle donne, e si è fatta saltare in aria creando il panico tra la gente che è cominciata a fuggire, consentendo ad altri due terroristi suicidi di entrare nella moschea. Uno - ha proseguito l'imam - si è diretto verso il mio ufficio e l'altro verso la principale sala di preghiera, e si sono fatti esplodere in mezzo alla folla».
«Gli sciiti sono un bersaglio e si è trattato di un atto settario - ha dichiarato Jalal al-Deen, leader del principale partito sciita iracheno, lo Sciri, al quale risulta tra l’altro che appartenga la moschea di Buratha -. Null’altro può spiegare questa azione se non un oscuro odio settario». Parole che lasciano intendere che la responsabilità del massacro viene attribuita ai sunniti, l’altra corrente dell’islam, minoritaria solo in Irak e in Iran. Deen ha accusato alcuni giornali sunniti di incitare alla violenza pubblicando articoli in cui si sosteneva che la moschea contenesse un centro di detenzione dove i sunniti subivano abusi.
La scena all’esterno della moschea di Buratha era atroce, come in altri simili episodi. La gente ha raccolto brandelli di carne per poi metterli sulle barelle o in carretti. «È stata una vigliaccheria. Ogni volta che vedo queste scene di sangue il cuore mi va in pezzi», ha detto un pompiere accorso sul posto.
L’attacco è stato compiuto il giorno dopo che un’autobomba è esplosa nei pressi di un’altra moschea nella città sacra meridionale di Najaf, uccidendo almeno 13 persone. Gravi tensioni tra sunniti e sciiti hanno percorso l’Irak dallo scorso 22 febbraio, quando il bombardamento di una grande moschea sciita riaprì il tragico capitolo delle rappresaglie e spinse il Paese sull’orlo di una guerra civile. Da allora sono stati rinvenuti nelle strade di Bagdad centinaia di cadaveri con fori di proiettili, legati e bendati, spesso con segni di torture.
Sono invece diminuiti i drammatici attentati suicidi, che gli americani e il governo iracheno (ma anche molti osservatori) attribuiscono a una campagna del leader di Al Qaida in Irak, Abu Musab al Zarqawi, intenzionato destabilizzare il Paese spingendo gli sciiti a una guerra civile su base religiosa.
La strage di ieri è giunta nel momento peggiore per i capi dei partiti iracheni, incapaci di bloccare le violenze intestine e di formare un governo dopo le prime elezioni libere nel Paese liberato da Saddam, nonostante le pressioni e le insistenze dello stesso George W. Bush.
Esemplare la posizione di Ibrahim al-Jaafari, uno dei leader dell’Alleanza sciita, che ha rifiutato di farsi da parte per sbloccare l’impasse politica. Ma per l’Alleanza un siluro a Jaafari significherebbe una grave crisi interna, mentre lasciarlo al suo posto implica il prolungamento dello stallo nella ricerca di una formula che garantisca la governabilità.