«Fra tre mesi saranno di nuovo in galera»

Pietro Balducci

da Milano

La domanda è: quanto ci metteranno i beneficiati dall’indulto a tornare in carcere? Risposta: pochi mesi. Se i carcerati hanno accolto con applausi e grida di gioia la notizia dell’approvazione dell’indulto da parte del Parlamento, gli agenti carcerari non sembrano per niente contenti. «La maggior parte di chi esce è povera gente - spiega un agente del braccio di massima sicurezza del carcere San Vittore di Milano - che non ha né un lavoro, né una famiglia né un futuro. A che serve farli uscire dal carcere se, quando esci, per sopravvivere, devi tornare a delinquere? Lo dice anche il proverbio: il lupo cambia il pelo, ma non il vizio. Scommetto che fra tre mesi saranno tutti di nuovo dentro». Una valutazione degli effetti dell’indulto molto diffusa fra le guardie del carcere milanese. «Per me il lavoro sarà doppio - afferma un agente dell’Ufficio matricola - in particolar modo per tutte le pratiche da sbrigare. La previsione di molti colleghi è che il carico di lavoro sarà ancora più pesante. Adesso liberiamo 400 detenuti, tra un mese ce li ritroveremo di nuovo qua». A parte il superlavoro per le guardie, anche i religiosi che frequentano San Vittore per dare assistenza spirituale ai carcerati sono molto scettici sulla scelta del Parlamento. Suor Ornella, che tutte le domenica tiene un corso di catechismo per le detenute, si dice «critica per un atto che serve più alla coscienza dei politici che alla povera gente che sta in carcere». Mentre Suor Anna, che a San Vittore fa l’infermiera, è preoccupata del clima interno al carcere dopo avere visto «una detenuta che presto sarà messa in libertà. Mi ha detto che la sua compagna di cella da ieri non smette di piangere perché non godrà di nessuno sconto».
Se chi lavora in carcere è molto critico verso l’indulto, assolutamente contrari sono i sindacati di polizia. «L’indulto è solo un palliativo - spiega il segretario generale della Federazione polizia di Stato Filiberto Rossi. «L’80% dei 20mila "Caini" rimessi in libertà tornerà ad affollare le carceri italiane nei prossimi 12 mesi, come già verificatosi in passato». In questo contesto, aggiunge, «è facile prevedere altri 20mila lutti, violenze, nefandezze di ogni tipo che saranno commessi contro altrettanti "Abele", chiamati, loro sì, a pagare lo scotto di un’irresponsabilità di una classe politica che non sembra rappresentare cittadini onesti e lavoratori». Preoccupato per le conseguenze dell’indulto anche don Gino Rigoldi, fondatore di Comunità nuova e cappellano del carcere minorile Beccaria di Milano. «Questo provvedimento creerà un caso molto complesso per via di tutti quei ragazzi che si troveranno fuori prima del previsto senza aver completato un progetto di recupero e di nuovo in balia della strada. Al di là che il fatto di avere meno detenuti negli istituti di pena è un bene - conclude don Rigoldi - per le carceri minorili il discorso si fa più impegnativo: dove andranno a finire questi ragazzi? Chi incontreranno quando usciranno?».