Tre nuovi giornali: la sinistra ora ne ha 8 (e li paghiamo noi)

Crisi di voti, di idee e di lettori, ma si moltiplicano i quotidiani. Tutti finanziati dallo Stato. Padellaro e Sansonetti in campo con "Il Fatto" e "L'Altro"

Roma - E otto! Ma quanto scrivono a sinistra: spuntano quotidiani come funghi, manco non bastassero i cinque che già sgomitano per contendersi uno spazio sempre più angusto, ora son diventati sei, dal 1° maggio saranno sette e poi a seguire otto. Un’epidemia di inchiostro che non si sa dove possa finire, perché questo boom esplode proprio mentre impazza la crisi delle vendite. La gente, anche il popolo della sinistra, va sempre meno all’edicola, preferisce i tigì e i giornalini regalati alle fermate dell’autobus, e se proprio deve spendere un euro va a comprarsi l’unico grande giornale di sinistra, Repubblica, che insieme agli slogan dà qualche notizia in più e tanti inserti patinati. Perché allora, nella sinistra i giornali di partito si moltiplicano come pani e pesci? Grazie ad un’avvertenza che figura nella «gerenza», e che li accomuna tutti. Recita: «La testata fruisce dei contributi di cui alla legge 7/10/1990 n° 250». Vuol dire che loro li scrivono, nessuno li legge, e Pantalone paga.

S’avvicinano le urne delle Europee, la propaganda elettorale costa, perché rinunciare ad un volantinaggio quotidiano che costa poco o niente? I rubinetti del finanziamento pubblico sono ancora aperti anche per gli esclusi dal Parlamento nazionale, sino al 2011. Se uno a giugno riesce a centrare un paio d’eurodeputati, la canna dell’ossigeno s’allunga di altri cinque anni. L’anno prossimo poi, arrivano le regionali: e concorrere a quel rimborso è molto più facile. Insomma, finché c’è vita c’è speranza, anche se sei uno zombie insalvabile. E in ogni caso, sputare sul piatto delle legge che finanzia la stampa di partito sarebbe un peccato, un insulto a chi ha perso il lavoro. È ricca e generosa, la 250/90: regala soldi a palate ai giornali che hanno - o che avevano - la firma di un gruppo parlamentare, ed anche a quelli che come coop promuovono comunque un’azione «culturale» e «politica».

Muoviamo dalla ricognizione dell’esistente, con l’Unità ed Europa che sono ambedue organi ufficiali del Pd. Il finanziamento pubblico se lo dividono secondo le rispettive vendite: ma qualcuno sa spiegare che cosa ci faccia un partito, seppur grande, con due quotidiani che coprono lo stesso bacino? E stanno pure in crisi - come il partito, del resto - se l’Unità fondata da Gramsci e diretta da Concita De Gregorio sta per licenziare altri 17 giornalisti. Ma lo scialo è di moda nel Pd: non hanno anche due tv due, una di D’Alema e l’altra di Veltroni-Franceschini, ambedue riccamente finanziate dai contribuenti? Ma avanti coi giornali d’annata a sinistra. C’è l’antico e glorioso Manifesto, «quotidiano comunista», ciclicamente sull’orlo della chiusura ma sempre redivivo. Poi Liberazione, organo del Prc ora diretto da un sindacalista, Dino Greco. E infine il Riformista, nato dalemiano e ancora diretto da Antonio Polito, che di recente s’è ingrandito raggiungendo le 24 pagine.

Non bastavano, per una compagnia che perde consensi ad ogni curva elettorale e che non sa più cosa dire al suo popolo, stenta a parlare, figurarsi a scrivere? E invece eccoti da una decina di giorni Terra, quotidiano dei Verdi fatto di 16 pagine con carta dichiarata «ecologica» ma non riciclata. È brutto e zuppo d’inchiostri, non trovi una notizia esclusiva e interessante. Non facevano meglio a risparmiare quel mezzo albero al giorno che sciupano in carta inutile? Dispendioso non si può dire perché sapete ormai chi paga, ma vanta una redazione di 12 giornalisti e un «comitato scientifico» da paura.
Avanti un altro, sarà in edicola il 1° maggio appunto l’Altro, sottotitolo «la sinistra quotidiana». È il nuovo giornale degli scissionisti di Rifondazione, Nichi Vendola e Franco Giordano, diretto da Piero Sansonetti «espulso» da Liberazione, che s’accontenta di uscire con 12 pagine. Sarà dura, strappare lettori a già poco numerosi di Liberazione, che a sua volta li aspirava agli scarsi del Manifesto. Ma è la legge della sopravvivenza, e poi a giugno si vedrà.

I sette nani non son finiti, invece di Biancaneve arriva l’ottavo che reggerà invece ben oltre le urne delle europee, se non altro perché Marco Travaglio fa le bizze e vorrebbe che uscisse in autunno, un po’ perché «non siamo pronti» e un po’ per non passare come «operazione elettorale». È Il Fatto, quotidiano dipietrista diretto da Antonio Padellaro, ex direttore dell’Unità. Si spera che non seguano Tonino, almeno sui congiuntivi. Ma a proposito, non era Di Pietro che tuonava contro il finanziamento pubblico dei partiti e dei loro giornali?