Tre poltrone per una missione: ricucire con i cattolici

Milano«Portate, nel tempo dell’incertezza, il vostro anelito di certezza», fino a riconoscere che chi accetta questa sfida è «una risorsa umana per il nostro Paese». Così parlò il presidente della Repubblica al meeting di Rimini della scorsa estate. Era la prima volta di Giorgio Napolitano alla kermesse di Cl, segnale di avvicinamento rapido a un mondo cattolico che non è quello della sua giovinezza.
Le parole di Napolitano sono citate su un recente documento straordinario di Cl su «La crisi, sfida per un cambiamento». Prova di fiducia che richiama l’immagine del capo dello Stato sul palco di Rimini al fianco del presidente della Regione Lombardia, Roberto Formigoni, e del vicepresidente della Camera, Maurizio Lupi.
Forse parte da qui il filo rosso che oggi porta all’ipotesi che Lorenzo Ornaghi, il rettore dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano (punto di riferimento di molto mondo ciellino), diventi ministro del nuovo governo Monti. I cattolici in Italia, tra praticanti, osservanti o solo «simpatizzanti», sono la stragrande maggioranza e nessun politico accorto può non tenerne conto nella composizione di un governo, tanto più se guidato da Mario Monti, liberale bocconiano ma con una vita spirituale ancorata tra le braccia di Santa Madre Chiesa.
Alcuni osservatori parlano dell’attenzione (ancora da certificare) del governo Monti al mondo cattolico come di una specie di «ricompensa» per i moniti del presidente della Cei, Angelo Bagnasco, che negli ultimi mesi ha chiesto più volte una maggiore moralità alla politica. Basti pensare alla partecipazione di Bertone all’incontro dei cattolici a Todi: sarebbe stata la ciliegina della torta andata di traverso al governo Berlusconi.
Le indiscrezioni della vigilia parlano di due, forse tre ministri per così dire in «quota» Oltretevere. Marco Tarquinio, direttore di Avvenire, quotidiano di riferimento della Cei, ha lanciato il suo altolà alla sola ipotesi che Umberto Veronesi possa far parte della compagine governativa: «Ma via... non è proprio il momento di scherzare».
Serissimo il premier Mario Monti, che ha studiato dai gesuiti milanesi del Leone XIII, e ieri mattina ha partecipato in compagnia della moglie alla Santa Messa nella chiesa romana di Sant’Ivo alla Sapienza. E ha così conquistato persino l’entusiasmo dei frati francescani. «Per i cattolici è una bella giornata vedere Monti a Messa. È un bel segnale» scrive la rivista online del Sacro Convento di Assisi.
Tra i possibili ministri circolano i nomi dell’economista Stefano Zamagni, del giurista Cesare Mirabelli, del giuslavorista Carlo Dell’Aringa, dello storico Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio. Anche se alla fine non saranno tutti in lista è significativo che abbiano partecipato alla corsa. Il professor Stefano Zamagni, laureato alla Cattolica, ha insegnato alla Bocconi prima di approdare alla John Hopkins e diventare consultore del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace e così uno dei principali collaboratori di Benedetto XVI nella stesura della Caritas in veritate, l’enciclica sociale scritta dal Papa nel 2009 (ma fa parte anche dei consulenti della Regione Lombardia per il welfare).
E Cesare Mirabelli, a cui potrebbe toccare l’importante casella della Giustizia, oltre che presidente emerito della Corte costituzionale, è docente presso la Pontificia Università Lateranense e consigliere generale laico della Pontificia Commissione per lo Stato della Città del Vaticano.
Fin qui le (più o meno serie) intenzioni. A questo punto si attende la prova dei fatti.