LE TRE PUNTE REGIONALI

Van bene le tre punte. Sembra che non se ne possa fare a meno. Va bene la voglia di identità dei partiti del centrodestra che vuole i propri leader in campo. Però sarebbe ora, magari nelle vacanze di Natale, che oltre a qualche piatto si cucinasse anche un programma unitario, che rappresentasse tutti i singoli partiti e anche i loro leader ma che, soprattutto, rappresentasse più cittadini possibile. Almeno il 51%.
Perché con le tre punte dovrebbero arrivare più voti? Perché Berlusconi, Casini e Fini, in questo modo, non disperderebbero i voti di quegli elettori che si vogliono riconoscere chiaramente nell'identità di un partito. Elettori, cioè, che sono disposti ad accettare accordi del proprio partito con gli altri, anche sul programma, ma che non vogliono, comunque, veder dispersi o troppo annacquati i propri valori ideali, la propria tradizione politica di appartenenza. Comprensibile. Del resto è ciò che ha guidato la riforma della legge elettorale in senso proporzionalistico: assicurare che la coalizione che va al governo possa governare ma che nelle elezioni, anche all'interno delle coalizioni, ci sia la possibilità di scegliere chi è più vicino alle proprie sensibilità.
Tutto bene se non fosse che una coalizione a tre punte può anche andare bene (noi siamo ancora poco convinti) ma certamente quello che non va bene è un programma a tre punte. Non vorremmo mai che con un programma a tre punte un bel po' dei parlamentari e ministri attuali avessero, dopo le elezioni, molto tempo per andare al Tridente (inteso come simbolo del Club Méditerranée). Il passo dal Tripunta al Tridente può rivelarsi infatti più breve di quanto si pensi.
Dal fronte del centrosinistra, peraltro, man mano che emergono le proposte per il programma risultano chiare tre cose. Primo, non c'è un filo che le lega. Se uno leggendo le centinaia di pagine che hanno scritto dovesse trarre qualche idea guida sarebbe in seria difficoltà. Secondo, alcune proposte - tipo quella di Rutelli sulla cedolare secca per gli affitti o la patrimoniale sulle cosiddette «rendite» - hanno di popolare solo il fatto che interesseranno una buona parte di popolo. Terzo, su alcuni aspetti come lavoro, Irak e Tav non perdono occasione per litigare.
Allora: con il centrosinistra in queste condizioni, non è ora di proporre un programma alternativo in linea con quello che è stato detto cinque anni fa agli italiani spiegando che, se non è stato fatto tutto, non è perché era sbagliata la linea, ma perché erano sbagliati i tempi?
L'Italia del 2006 non avrà bisogno di un programma diverso da quello con il quale la Casa delle libertà si è presentata alle elezioni e le ha vinte nel 2001 governando, poi, per cinque anni. Ha bisogno delle stesse cose. Ridette. Giustificate. Spiegate semplicemente. Tra l'altro, se può interessare alle tre punte, o almeno alle due più recenti e, in particolare, alla punta di tradizione democristiana, un suo vecchio compagno di partito, Clemente Mastella, ha affermato che tra Pannella, Sdi, baruffe socialiste e tutto il resto il centrodestra ha già recuperato 5 punti nei sondaggi. E un altro che di queste cose se ne intende, un po' meno a naso e più per mestiere, Nando Pagnoncelli, va ripetendo che se la Casa delle libertà recuperasse in tre regioni, Piemonte, Puglia e Lazio, notevolmente popolose e dove la partita si gioca in una manciata di voti, potrebbe bastare poco per vincere. E queste sì, diciamo noi, potrebbero essere le tre punte indispensabili. Non è il caso di darsi una mossa?