Tre squadre in semifinale La Champions League "occupata" dagli inglesi

In semifinale Manchester, Chelsea e Liverpool, che ieri ha superato il Psv

Tre club inglesi in semifinale. Una pacchia, per chi ama il football. Un po’ meno per gli inglesi medesimi. Perché? Elementare. Ferguson, Mourinho, Benitez, uno scozzese, un portoghese, uno spagnolo guidano il Manchester United, il Chelsea e il Liverpool che ieri sera ha completato il terzetto liquidando ancora il Psv Eindhoven in una sfida scontata con un gol di Crouch. Non è finita qui. Soltanto il «Maniu» (in slang la squadra di sir Ferguson) può contare un bel gruppo di patrioti delle isole britanniche, Ferdinand, Wes Brown, Scholes, Smith, Rooney, Giggs, Fletcher, O’Shea, Neville, Carrick mentre gli altri due club sono un terminal di scalo e transito per professionisti di ogni dove.

Finora l’impresa era riuscita soltanto a Spagna e Italia: nel 2000 Real Madrid, Barcellona e Valencia si erano presentate al penultimo turno con il Bayern di Monaco quarto ospite. Poi cosa nostra nell’edizione 2003, Inter, Milan e Juventus, con il derby di Milano prima della finale italiana a Manchester. Non altro in questa formula XXL della coppa, in passato la combinazione non era possibile, al torneo veniva iscritta la squadra campione nazionale e, eventualmente, chi avesse vinto l’ultima edizione della stessa coppa. Nel 58/59 Real Madrid e Atletico di Madrid arrivarono nel giro di semifinale, l’anno dopo ancora il Real con il Barcellona, nel 69/70 due britanniche, il Leeds United e il Celtic. Bei tempi, si potrebbe scrivere, per il calcio dell’isola, ogni squadra inglese aveva almeno tre scozzesi (di livello) mentre oggi non c’è un solo scotsman titolare leader in premier league.

La nuova scuola ha aperto le porte all’arrivo dei calciatori africani di qualità e stazza fisica (il Chelsea di Essien e Drogba), a una filosofia tattica che non punta più sulla corsa e sul fighter che batte il talento, si va sulla qualità del gioco assieme al fisico, Cristiano Ronaldo ne è l’esempio migliore, in un club, il Manchester United che ha avuto, per storia, in quel ruolo, protagonisti di assoluto livello, da George Best a Coppell, da Bryan Robson a Cantona a Beckham, riuscendo a risorgere dal proprio passato (compresa la tragedia aerea di Monaco di Baviera) e con un gruppo giovane, come quello attuale, a parte Ryan Giggs.

Per qualcuno è singolare che nonostante i successi dei club in coppa dei Campioni (10 tra Liverpool, Nottingham, Manchester Utd e Aston Villa) la nazionale inglese abbia in bacheca un solo titolo mondiale mentre il calcio italiano con lo stesso numero di coppe, 6 del Milan, 2 di Inter e Juventus, ha vinto quattro coppe del mondo.

La nazionale di Eriksson prima e di McLaren oggi non è espressione del football dei club, «drogata» dal superiority complex che è stato smentito e debellato dal 1966 in poi. Ma il ritorno europeo dei club rilancia l’immagine del football britannico macchiata dai fatti dell’Heysel. Nella prossima semifinale tra Liverpool e Chelsea si ripeteranno le scene del 2003 quando un solo gol non gol decise la promossa che poi vinse la finale di Istanbul. Mourinho ha voglia di vendette e ha già detto che senza di lui (cosa assai probabile) il Chelsea tornerà a essere il club di un quartiere di Londra, Rafa Benitez vuole agguantare il Milan al secondo posto del tabellone europeo (5 coppe del Liverpool, 6 dei rossoneri) magari con un bis greco della beffa turca. Infine sir Alex Chapman Ferguson, uno che da 21 anni siede su quella panchina e cerca il «treble», campionato, F.A cup e champions, già ottenuto nel ’99. Altro da aggiungere? Sì, l’ultima battuta dei colleghi britannici: sta a vedere che anche Dio è inglese.