Tre ufficiali incriminati per la strage di Nassirya

Al Kurdi, regista dell’attacco oggi in carcere: «Li colpimmo perché erano un obiettivo facile»

I fantasmi della strage di Nassirya riappaiono, quattro anni dopo, con il rinvio a giudizio di due generali dell’Esercito e un colonnello dei carabinieri. Si tratta dei generali Vincenzo Lops e Bruno Stano, che si erano dati il cambio al comando del contingente italiano inviato in Irak nel 2003, oltre al colonnello Georg Di Pauli, il quale guidava la Msu, l’Unità specializzata multinazionale dell’Arma. Il suo quartier generale è andato distrutto nell’attacco kamikaze.
Il procuratore militare, Antonino Intelisano, ha chiesto il rinvio a giudizio dei tre ufficiali superiori accusandoli di aver violato l’articolo 98 del Codice penale militare di guerra. L’articolo prevede la punizione del «comandante che, per colpa, omette di provvedere ai mezzi necessari alla difesa del forte, della piazza, dell’opera, del posto, (…) di cui ha il comando, ovvero trascura di porli in stato di resistere al nemico». Tradotto in termini più semplici significa che il colonnello Di Pauli sarebbe accusato di non avere adeguatamente protetto l’ingresso della base Maestrale con sbarramenti «hesco bastion» (grandi cilindri pieni di ghiaia) e gimcane. Inoltre avrebbe consentito che la riservetta di munizioni venisse posizionata all’ingresso della base.
La verità è che per garantire una maggiore sicurezza alla palazzina occupata dai carabinieri nel centro di Nassirya sarebbe stato necessario bloccare il traffico cittadino all’uscita di uno dei principali ponti sull’Eufrate.
Per quanto riguarda i generali Stano e Lops, l’accusa punta il dito sulla mancata predisposizione di un dispositivo di difesa idoneo nel suo complesso, anche in relazione a una serie di «warning», cioè allarmi relativi a possibili attacchi. Il più preciso, rivelato da un’inchiesta del Giornale, era stato lanciato dal capo della polizia irachena di Nassirya, colonnello Hassan Ibrahim Dhid. «Abbiamo avvisato gli italiani del pericolo di un attentato 48 ore prima – ha raccontato il colonnello Hassan -. Ho mostrato sulla cartina la zona prevista per l’attacco fra il primo ponte e il secondo, che si chiama Zytoon. Non mi hanno creduto». Alle due estremità del ponte Zytoon si trovavano le basi della Msu. Due giorni dopo la precisa segnalazione di Hassan i terroristi hanno colpito Animal House, una delle basi lasciate in eredità dagli americani. Sembra che gli italiani avessero chiesto di chiudere il ponte, ma il comando inglese di Bassora avrebbe riposto di no, per evitare di congestionare il traffico cittadino e far innervosire gli iracheni nei confronti della coalizione.
Lo stesso Abu Omar al Kurdi, un terrorista legato ad Al Qaida, catturato dagli americani e reo confesso di aver organizzato la strage di Nassirya, ha dichiarato in due diversi interrogatori agli investigatori italiani che venne deciso di colpire il comando dei carabinieri perché era un facile obiettivo. Il processo italiano ad Al Kurdi, già condannato a morte in Irak, dovrebbe iniziare verso la fine dell’anno.
La procura militare italiana basa le sue accuse su due relazioni tecniche sulla strage scritte dal generale dell’esercito Antonio Quintana e da uno dei carabinieri, Virgilio Chirieleison. Solo uno dei due rapporti, però, evidenzia alcune carenze nella difesa della base.
Il colonnello Di Pauli è responsabile del comando provinciale dell’Arma di Verona, ma tutti ricordano i suoi occhi rossi, quando le bare dei 19 italiani, 17 militari e due civili uccisi nella strage, sono state rimpatriate dall’Irak. Il generale Lops, veterano del Libano, della Bosnia Erzegovina e dell’Albania, ora è vicecomandante al quartier generale della Nato a Kabul. Il generale Stano, che guidava la brigata Sassari a Nassirya, era stato in Kosovo nel 2000, dove ha ricevuto un’onorificenza per «avere svolto con efficacia» la delicata missione. Oggi lavora dietro una scrivania allo Stato maggiore dell’Esercito a Roma. Dieci famiglie dei caduti di Nassirya hanno annunciato di volersi costituire parte civile al processo. Marco Intravaia, figlio di un carabiniere ucciso nella strage, ha dichiarato: «Se gli ufficiali responsabili della base hanno sbagliato, allora è giusto che paghino».