Tredici colpi gelano la città E pensano tutti ai terroristi

Paura, sirene, transenne come dopo lo schianto di Fasulo al Pirellone Poi dopo qualche ora la verità. E qualcuno tira un sospiro di sollievo

Una città fragile, impaurita, transennata. Milano si ritrova così, a metà mattina, quando l'ordinaria follìa di un uomo ha già colpito e ucciso. In tribunale, il luogo dove si chiede e si aspetta giustizia, il sommo arbitrio: un uomo uccide altri uomini, con tredici colpi di pistola. Un'azione premeditata. Tre morti. L'assassino è in fuga in moto (lo prenderanno solo dopo, a Vimercate): entrato armato, dopo l'omicidio è scappato e fa ancora paura. Lo cercano ovunque e l'agitazione si diffonde ben oltre le scalinate del Palazzo di Giustizia.

Poliziotti in strada, volanti, automezzi dei vigili del fuoco sulle vie che portano in corso di Porta Vittoria, davanti all'edificio di marmo bianco così noto che tutti lo abbiamo negli occhi. Le strade si bloccano e non si può più passare. Le transenne in piazza Cinque Giornate dicono subito che qualcosa di grave è successo, sta ancora accadendo. È il cuore della città, nel cuore di una giornata di lavoro. Terrorismo? «Non sappiamo ancora nulla» rispondono i vigili del fuoco quando è passata un'ora dalla sparatoria. Non vogliono spaventare, ma l'incertezza alimenta la paura.

Sui siti internet si diffonde qualcosa. In strada, per i comuni passanti, è più difficile capire quel che accade pochi metri in là, decifrare che cosa significhi lo spiegamento di forze imponente, strade bloccate senza un perché previsto dal calendario della città. Tornano in mente gli incubi peggiori, l'aereo di Fasulo sul Pirellone, gli omicidi che affollano i nostri giornali, le nostre tv. L'Europa, come il resto del mondo, si sente sotto assedio. Accade pure nel centro di Milano. «Terrorismo?» è la domanda diffusa. Si teme un attentato ed è brutto dirlo ma è quasi come se l'allerta tra la gente si abbassi quando la poliziotta spiega che c'è stata una sparatoria dentro il Palazzo di Giustizia. Un impercettibile attimo di sollievo, poi risale la paura. Paura dell'omicida della porta accanto, dell'esasperazione malata che si diffonde come un contagio.

Difficile sentirsi sicuri quando il simbolo della giustizia è sotto attacco: «Se è possibile entrare armati in tribunale, che può succedere in metro, all'anagrafe, in una chiesa, in una scuola?». Proprio di fronte al Tribunale c'è un liceo scientifico, il Leonardo, e lì il caos è come averlo i casa. I ragazzi assistono e twittano per raccontarsi. Poco distanti ci sono le scuole di via Corridoni, materna, elementari, medie, e dietro, poco distante da dove è fuggito il killer, altre scuole. Dentro, i piccoli sono tranquilli, non sanno nulla, anche se fuori la paura per l'omicida in libera uscita si è spostata anche sulle scuole.

La città è fragile anche dopo la cattura. Difendersi da isolati, imprevedibili gesti omicidi sembra impossibile. Fa paura la folla dove non conosci chi hai accanto, quasi guancia a guancia, su un tram o al bar. Ma al bancone per un caffè con vista transenne c'è già chi cerca il flacone dell'antidoto: «È pieno di disperati, anche questo è il male da combattere per stare più sicuri».