Una tregua di 27 mesi sfruttata nel peggiore dei modi

Afferma Stefano Caldoro, presidente della Regione Campania: «Io capisco le loro paure ma loro devono pur credere a ciò che diciamo». I «loro» invitati a fidarsi sono gli abitanti di Terzigno e dintorni, esasperatissimi dalla puzza pregressa e infuriatissimi per la puzza futura. Il «noi» sottinteso a cui quei cittadini dovrebbero dare credito è il nome collettivo della nuova classe politica campana, quella uscita vincitrice a marzo dalle ultime elezioni regionali e locali. Caldoro e molti sindaci e assessori del centrodestra sono in carica da pochi mesi. E il presidente ha tutto il diritto di prendere le distanze dai suoi predecessori, che con responsabilità diverse e grazie al disinteresse dei governi nazionali hanno reso possibile anno dopo anno l’ennesima emergenza rifiuti del Napoletano. Ma inviare ai cittadini un messaggio che suona tanto «scurdammoce ’o passato» non è il massimo dell’originalità, soprattutto in quei luoghi. Logico che qualcuno dei destinatari lo sottolinei con rudezza. Anche perché la genesi dell’ultima emergenza non si colloca nella notte dei tempi ma nei ventisette mesi che vanno dal luglio del 2008, quando venne dichiarata chiusa la penultima, a ieri, con il nuovo intervento del governo.
Alla metà di febbraio dell’anno scorso veniva aperta la discarica di Chiaiano, che accoglie i rifiuti di Napoli città e che dovrebbe essere chiusa nell’ottobre dell’anno prossimo. E poche settimane dopo iniziava il collaudo del termovalorizzatore di Acerra, che a pieno regime è in grado di incenerire 2.000 tonnellate di rifiuti al giorno, che ha avuto problemi ma che, ha assicurato ieri Bertolaso, ora funziona bene e in futuro funzionerà ancora meglio. E il 15 giugno del 2009 veniva aperta la discarica di Terzigno. Grazie ai suoi 750mila metri cubi di capacità, l’impianto doveva essere in grado di accogliere i rifiuti della provincia di Napoli fino alla prossima estate. Ma l’emergenza dei giorni scorsi dimostra o che non è stata gestita al meglio o che le stime peccavano di ottimismo. O forse entrambe le cose.
Nel frattempo, nell’ordinaria emergenza che contraddistingue la vita alle falde del Vesuvio e fra uno stillicidio di inchieste giudiziarie che hanno interessato un po’ tutti quelli che a Napoli si erano occupati a vario titolo di rifiuti, dal presidente della Regione nonché commissario straordinario Bassolino fino al capo della Protezione civile Bertolaso, c’è stato, nel marzo dell’anno scorso, il cambio della guardia alla Provincia di Napoli e quello alla Regione Campania. Cosa che sicuramente non ha aiutato. Ma poco prima del voto, il centrosinistra regionale aveva approvato il piano rifiuti che prevedeva al primo punto l’autosufficienza di ciascuna provincia in materia di smaltimento. Decisione che oggi molti, come il sindaco Iervolino, criticano mettendo in evidenza che la provincia di Napoli ospita su meno del 10% del territorio regionale il 50% abbondante della popolazione campana. Due dati, evidentemente, che durante l’elaborazione del piano nessuno aveva pensato di «incrociare»...
Negli ultimi ventisette mesi, mentre nelle altre province si puntava anche sulla raccolta differenziata, in provincia di Napoli sono state aperte due discariche con una scadenza da yogurt e un inceneritore che per un po’ ha funzionato a singhiozzo. E la quota di immondizia selezionata è scesa ulteriormente.
Insomma, è andata così. Da qualche giorno nel Napoletano migliaia di tonnellate di rifiuti devono essere esportate fuori provincia. E nel resto della Campania gli abitanti e gli amministratori non vogliono prendersi la monnezza altrui. Nessuno stupore se nel Beneventano l’ultima emergenza rifiuti napoletana rallegri quelli della Lega Sannita, che con l’ennesima dimostrazione di inefficienza data dalla metropoli vedono un po’ meno lontana l’autonomia della loro terra.