Tregua giornaliera di tre ore a Gaza Olmert allarga l’offensiva di terra Il piano per un cessate il fuoco completo messo a punto dal tandem Sarkozy-Mubarak riceve una timida accoglienza. E ripartono i combattimenti

Diavolo d’un Sarkò, a furia di rimbalzare come una palla di flipper tra Mar Rosso, Terra Santa ed Eliseo riesce ad illudere anche se stesso. Così quando, ieri pomeriggio, rientra a Parigi e racconta di aver convinto israeliani e palestinesi ad accettare il cessate il fuoco, messo a punto con Hosni Mubarak, gli crede il mondo intero. A spazzare via le illusioni ci pensa il governo israeliano ricordando di aver soltanto dato il benvenuto al piano, non certo d’averlo ratificato. Come pure a raffreddare gli entusiasmi arriva in serata la fumata nera all’Onu dove il presidente di turno del Consiglio di sicurezza, il ministro degli Esteri francese Bernard Kouchner, nonostante gli sforzi in tutte le direzioni, non riesce a ottenere un accordo unanime sulla crisi di Gaza.
Anche così, però, il blitz di Nicolas Sarkozy resta un successo. Piombando in Medioriente, tagliando la strada alla fallimentare missione Ue, il presidente si conferma l’interlocutore al posto giusto nel momento giusto, capace di catalizzare un pre-accordo che ha già l’appoggio di Washington e attrae Israele più di quanto il suo governo possa ammettere. Le polemiche per la strage di civili alla scuola Onu, le indecisioni sull’offensiva di terra dopo la perdita di cinque soldati in 24 ore avevano già spinto il governo di Ehud Olmert ad annunciare una tregua quotidiana di tre ore, subito accettata da Hamas, per agevolare gli aiuti umanitari. Il successivo «benvenuto» al piano Sarkozy-Mubarak e la partenza per l’Egitto di due inviati incaricati di discuterlo sono i primi passi su quella via d’uscita diplomatica che il governo Olmert ha sempre detto di voler perseguire.
Il problema ora è trasformare il «pour parler» di Mubarak e Sarkozy in un vero piano. Nelle intenzioni d’Israele la tregua prevede un confine tra Striscia ed Egitto guardato da una forza internazionale, possibilmente con guida americana, capace di sorvegliarlo sopra e sotto la superficie e di distruggere grazie ad unità del genio i tunnel scavati da Hamas nella zona di Rafah. Il ruolo della Casa Bianca, che ieri si è detta favorevole «in linea di principio» al piano franco-egiziano, e la composizione di una forza internazionale che potrebbe aver comando turco e varie componenti arabe, sarà fondamentale per chiarire questi aspetti.
L’altra incognita si chiama Hamas. L’organizzazione ha già fatto sapere tramite la sua dirigenza in esilio di non voler nessuna tregua con Israele. Mubarak, nel frattempo, ha fatto intendere di prevedere dei colloqui con i rappresentanti fondamentalisti. Per Israele, invece, Hamas non deve più avere voce in capitolo, non deve partecipare a trattative dirette o indirette e non deve più minacciare la sicurezza dei suoi cittadini. Per ottenere quest’obbiettivo l’esercito israeliano dovrebbe però conseguire una vittoria devastante togliendo ad Hamas le armi e il controllo di Gaza. Dovrebbe, insomma, ripulire la Striscia casa per casa e restituirla alle milizie di quel presidente Mahmoud Abbas con cui Sarkozy ha anche concordato il cessate il fuoco. In teoria tutto potrebbe essere pronto per quell’epilogo.
Ieri il gabinetto di sicurezza israeliano ha approvato la terza fase dell’operazione «Piombo Fuso» che prevede l’estensione dell’offensiva nel cuore delle città della Striscia. E alle 16 in punto, dopo le tre ore di tregua concordate, sono ripresi puntuali le incursioni dell’esercito seguite dai lanci di almeno 15 missili katyusha e Qassam sul sud d’Israele. Il bilancio delle vittime palestinesi era ieri sera di 702 morti, 350 dei quali civili, e rischia di aggravarsi ulteriormente nelle prossime ore. Ieri sera i volantini lanciati dall’aviazione israeliana sul tutto il meridione della Striscia avvertivano gli abitanti di evacuare la zona in vista di un nuovo attacco a Khan Younis e agli altri centri abitati, compreso il valico di Rafah, costellato dai tunnel del contrabbando d’armi.