La tregua rotta a Gaza, la strategia segreta di Hamas

Dal 19 giugno scorso l’infernale vita dei cittadini di Sderot, su cui surrealmente giorno dopo giorno dallo sgombero da Gaza nell’agosto 2005 si sono abbattute migliaia di missili kassam, era gradualmente migliorata. La Tadija, una tregua di sei mesi e che quindi avrebbe dovuto concludersi il prossimo 19 gennaio, si era stabilizzata in circa un mese: il tempo per Hamas che governa Gaza di imporre uno stop anche alle altre organizzazioni terroriste nella sua giurisdizione per impedire che uomini dal volto mascherato andassero con i lanciamissili in spalla fino presso il confine a sparare, per poi sgombrare il campo e sfuggire alla risposta israeliana. Adesso, la tregua sembra alla sua conclusione: in pochi giorni Sderot, le cittadine e i kibbutz del sud vicino al confine di nuovo tremano per i bambini, mancano i rifugi, quando suona la sirena nessuno sa dove mettersi al riparo.
Israele tutta si domanda se alla fine sia stata una buona idea consentire che Hamas utilizzasse questi mesi per scavare tunnel dall’Egitto, autentiche autostrade oltre che per generi di consumo di ogni tipo, soprattutto per armi avanzate e abbondanti per milizie sempre meglio addestrate. Il premier Ehud Olmert ha detto ieri che non ci sono equivoci: Hamas è responsabile della rottura della tregua, le azioni di Israele sono solo risposte che diventeranno sempre più serie e puntuali a ogni attacco. Anche Ashkelon venerdì è stato preso di mira da missili Grad, di migliore stabilità e più lunga gittata dei Kassam.
Perché Hamas rischia adesso una tregua che le era assai comoda? Hamas e Fatah nei giorni scorsi sono stati oggetto di un intenso tentativo di mediazione da parte dell’Egitto, ma Mubarak, dopo che Hamas ha fatto mancare la sua presenza a un incontro che avrebbe dovuto risultare decisivo, ha quasi gettato la spugna, e dice di sperare di recuperare la speranza riparlando con Hamas nelle prossime ore. Si sa che Hamas preferirebbe eventualmente il Qatar come mallevadore, e che accusa Mubarak di tenere per Abu Mazen e di favorire la politica di Israele. La verità è che lo scontro fra le due fazioni è in questi giorni particolarmente acuto, perché il 9 dicembre scade il mandato di Abu Mazen come presidente, ma il rais non ha nessuna intenzione di andarsene e indire nuove insidiose elezioni: teme che Hamas, con la sua ideologia jihadista e le sua forza militare, ponga fine al dominio di Fatah anche in Cisgiordania. Abu Mazen non è rimasto con le mani in mano ad aspettare: da una parte ha tentato di fare la pace con i suoi nemici interni, dall’altra di neutralizzarli con retate e un’intensa repressione in Cisgiordania. Hamas ha fatto lo stesso a Gaza: mentre riapriva le ostilità con Fatah ne ha colpito gli uomini, e ha rilanciato l’offensiva dei kassam tesa a garantirle un ampio consenso ideologico, in modo che semmai si accusi Abu Mazen di infedeltà alla causa.
A Gaza l’uso bellicoso dei tunnel e il lancio di Kassam, provoca le reazioni degli israeliani che hanno già fatto svariati morti (i due di sabato però sembrano causati da un «incidente sul lavoro»), e acuisce il problema dei rifornimenti dei combustibili e degli alimentari. Ma Hamas sa che questa situazione, l’assedio di cui parla, in parte tenuto a bada con i beni dai tunnel, crea un’attenzione e un consenso internazionale che mette in difficoltà Israele e anche i suoi nemici interni. Hamas tiene in mano le carte di un grande gioco sorretto dalla Siria che ospita a Damasco il suo capo Khaled Mashaal, e dall’Iran che fornisce armi e fondi. Inoltre, attaccare Israele significa sollevarne lo spirito difensivo e quindi garantire alle elezioni di febbraio l’elezione di Netanyahu: l’avversità internazionale che suscita si trasformerebbe in consenso per i palestinesi. Israele deve comunque affrontare il tema di Gaza, e pondera una grande operazione, sospinta dalla disperazione delle popolazioni colpite dai missili. Sopportarli, per la gente di Sderot e dintorni, è stato difficile; vederli piovere di nuovo dal cielo, ancora di più.