Tremonti ai banchieri: «Chi fallisce a casa. O in galera»

RomaIl governo sta studiando un sostegno al credito e all’economia attraverso un prestito obbligazionario del Tesoro, da utilizzare per sottoscrivere bond bancari. La norma sarà inserita nel decreto «anticrisi», che dovrebbe essere varato verso la fine di novembre. Il governo, ribadisce Giulio Tremonti durante un intervento alla commissione Finanze del Senato, non intende entrare nel capitale delle banche perché questo «nuoce gravemente alla salute». Lo scopo del provvedimento è di garantire la regolare erogazione del credito dal sistema bancario verso le aziende e l’economia reale del Paese. Ma senza che l’intervento gravi sul debito pubblico.
«Noi non vogliamo dare soldi alle banche, ma all’economia - conferma il ministro -, così come con il decreto di ottobre non abbiamo voluto salvare i banchieri, ma il risparmio. Se la banca fallisce i banchieri vanno a casa, o in galera». Tremonti osserva inoltre che, per il momento, nessuno in Europa ha ancora presentato un piano di sostegno per l’economia, se non negli ultimi giorni. Il governo italiano lo farà a breve scadenza, dopo le indicazioni avute dal summit del G20, questo fine settimana a Washington. Anche il ministro sarà nella capitale americana, insieme con Silvio Berlusconi, per partecipare al vertice economico mondiale. Il summit dovrebbe concludersi con il «via libera» a interventi di stimolo per l’economia. L’Italia insisterà perché le banche continuino a fare le banche, garantendo il monte prestiti precedente alla crisi.
Il pacchetto anticrisi contenuto nel decreto di fine novembre sarà ampio. Ai senatori che chiedono se sia possibile una sospensione degli acconti fiscali di fine mese, come misura per alleviare la difficile situazione di imprese e famiglie, Tremonti risponde che «ci stiamo riflettendo: c’è un problema di liquidità per l’economia - spiega -, ma anche per il Tesoro. È chiaro - concede - che le famiglie hanno bisogno di liquidità, ma anche il Tesoro ne ha bisogno perché non è un’entità astratta, ma è sanità, scuola, stipendi».
Ma come dovrebbe funzionare il nuovo meccanismo per le banche? Lo spiega lo stesso Tremonti: il Tesoro dispone una emissione obbligazionaria, e la liquidità ottenuta serve per sottoscrivere bond bancari che serviranno a integrare i criteri di patrimonializzazione delle banche, in particolare il cosiddetto core tier 1, «base sulla quale avviene il trasferimento di fondi verso l’economia». Più forti dal lato patrimoniale, le banche potranno mantenere, o aumentare, il flusso di credito nei confronti delle imprese. Questo meccanismo non avrà impatto sul debito pubblico netto. Il modello è di tipo europeo, e le tecnicalità sono in discussione con la Banca d’Italia, aggiunge il ministro dell’Economia. Le norme saranno inserite nel decreto a favore dell’economia, che il governo pensa di approvare il 25 novembre.
A differenza dal modello francese, gli aiuti pubblici andranno soltanto alle banche che ne faranno richiesta, su base strettamente volontaria. Dopo un primo momento in cui il sistema bancario sembrava quasi paralizzato dall’idea di chiedere aiuto allo Stato, adesso alcuni grandi banchieri sono pronti a ricevere danaro pubblico per la ricapitalizzazione degli istituti. Il modello «di mercato» che Tesoro e Bankitalia stanno approntando, li garantisce da influenze indebite da parte del potere politico. «I governi fanno i governi, le banche fanno le banche», ribadisce Tremonti. «Se le banche lo chiedono, noi possiamo intervenire - spiega ancora il ministro - a due condizioni: che ci sia assoluta trasparenza sull’effettività dell’impiego di danaro che è comunque del contribuente; e che ci sia la conservazione o l’incremento del canale di finanziamento all’economia».
Tremonti infine torna su un suo progetto, quello di mettere in rete tutte le Casse depositi e prestiti europee sotto la Bei (la Banca europea degli investimenti): «È possibile che il piano sia approvato a fine anno». Interventi anche sulle Fondazioni bancarie? Il ministro risponde con un brlrrr: «Forse se ne potrebbe discutere, ma vorrei starne fuori, data un’esperienza pregressa...», la riforma tentata, e mancata, durante la precedente esperienza di governo.