Tremonti è ai ferri corti con i finanzieri e i pm Ora ricomincia dai bilanci

Il ministro avrebbe smentito la sua intervista dove diceva di sentirsi spiato. Ora vuole pensare solo ai conti pubblici

Roma - Martellare sull’anello debole della catena affinché si spezzi. Attaccare Giulio Tremonti per far crollare il governo. Sicuramente questi argomenti fanno parte delle valutazioni del ministro dell’Economia che ha trascorso tutto il weekend nella sua «unica abitazione» di Pavia, lontano per qualche giorno dai tormenti romani.

Il desiderio più forte è quello di buttare la palla nel campo che conosce meglio, quello della gestione dei conti pubblici (se non quello di buttare tutto per aria). Ma la vicenda giudiziaria che ha coinvolto il suo ex braccio destro, Marco Milanese, è troppo ingombrante per poter essere ignorata anche se la Camera si occuperà della richiesta d’arresto a settembre. E anche l’eccesso di autodifesa rischia di trasformarsi in un ulteriore motivo di imbarazzo. Il rapporto con le Fiamme Gialle è stato reso ancor più difficile dalle motivazioni addotte per la scelta di risiedere in Via di Campo Marzio. Le sue parole («ero spiato, controllato, pedinato» e «non mi sentivo più tranquillo» nella caserma della Finanza) pesano come macigni perché i finanzieri dipendono dal titolare del Tesoro.

Il ministro, secondo quanto riferito dal Corriere, avrebbe addirittura smentito quelle frasi nella telefonata al comandante Nino Di Paolo nella quale ha ribadito la propria fiducia al corpo, ma il danno ormai era già stato prodotto anche perché la Finanza avrebbe gradito una presa di distanza ufficiale e non ufficiosa. Questo, tuttavia, è il problema minimo. Le affermazioni tremontiane hanno raddoppiato l’attenzione giudiziaria nei suoi confronti: alla Procura di Napoli che intende ascoltarlo per la terza volta si è aggiunta quella di Roma che ha aperto un fascicolo proprio sul presunto caso di spionaggio. «Attenzioni» che potrebbero fiaccare la resistenza di Tremonti, fortissimo dal punto di vista tecnico-procedurale ma meno avvezzo a queste situazioni. Una slavina, quella giudiziaria, che non ha invece trovato impreparati coloro che speravano in una caduta di Giulio per far fuori il Cavaliere. Un plotone guidato dal Corriere della Sera e rafforzato dal Sole 24 Ore, organo di quella Confindustria che fino a un mese fa difendeva il ministro dell’Economia con le unghie e con i denti dagli attacchi del «partito della spesa». Oggi, invece, la musica è cambiata: ogni giorno sapidi editoriali mettono in risalto la carenza di legittimazione tremontiana e adombrano lo spettro di una crisi del debito legata a possibili vendite sul mercato dei nostri titoli di Stato a fini speculativi. Casualmente le voci della «borghesia illuminata» hanno già pronto un punto programmatico per il governo tecnico del «dopo-Tremonti», cioè del «dopo-Berlusconi»: un’altra riforma delle pensioni. Ma non come quelle graduali del Cav, una riforma alla Dini della quale non si sappia a chi dare la colpa. Se il Pd non avesse le sue gatte da pelare, sarebbe già tornato alla carica...