Tremonti anti Silvio? Assurdo: ecco perché

I fautori del governo transitorio ovvero tecnico, ossia di larghe intese e, perché no, di solidarietà nazionale ed emergenza istituzionale, dopo essersi soffermati su un possibile premierato di Roberto Maroni, si sono focalizzati su quello di Giulio Tremonti. È la figura tecnica e politica (...)
(...) del governo Berlusconi di maggiore spicco. È un ministro di grande prestigio negli ambienti sia politici che finanziari internazionali e un uomo di cultura, che oltre ai bilanci, legge anche Goethe, che ama spesso citare. Come quando, discutendo del «patto di stabilità finanziaria» con il suo interfaccia tedesco, il potente ministro delle Finanze Wolfgang Schäuble gli ricordò una frase del Faust: «Il primo passo è libero, ma il secondo è obbligatorio».
I gradimenti a Tremonti vengono dagli ambienti più variegati e potrebbero essere sintetizzati con una frase di Raffaele Lombardo, il vulcanico presidente della regione Sicilia, che lo scorso luglio ha detto che Giulio è «come l’antibiotico, amaro, ma che ci salva dalla polmonite». Il compito di questo nuovo governo e quindi del suo presidente del Consiglio, non sarebbe però quello di salvare l’Italia dalla polmonite, che fortunatamente non ha, né di aprire nuove storiche pagine nella vita politica ed economica italiana; cosa quanto mai improbabile, data la sua maggioranza eterogenea e le oggettive difficoltà della congiuntura economica in cui ci dibattiamo, assieme agli altri, in una fase di lenta ripresa. Il governo Tremonti di cui si fantastica avrebbe essenzialmente il compito di «far fuori» Silvio Berlusconi e di liquidare l’era berlusconiana. E, nello stesso tempo, di spaccare il Pdl, il partito di maggioranza relativa del centrodestra, sorto, da poco tempo, dalla fusione fra Forza Italia e An, che gli elettori hanno votato, in gran numero, allo scopo di governare l’Italia per una legislatura, considerandolo un porto sicuro, mentre la sinistra si sta spappolando. Bisognerebbe strozzare nella culla questa creatura viva e vitale, prima che si consolidi definitivamente, e costituisca il nuovo pilastro della politica italiana. Per il doppio compito di distruggere il vecchio leader e la giovane forza politica che egli ha costruito, si cerca un kamikaze, che in cambio avrebbe il privilegio di essere presidente del Consiglio per qualche mese e forse anche per un anno o più.
Lamberto Dini, già ministro del Tesoro del governo Berlusconi, lo pugnalò nel dicembre del 1994 e governò l’Italia per un anno e quattro mesi, dal 17 gennaio 1994 al 17 maggio 1995 (si notino i due 17). Poi però, nonostante i suoi grandi talenti, e la precedente prestigiosa carriera, finì nell’ombra, perché Prodi, a cui aveva aperto la strada, non gli fu riconoscente. E lui dovette vagare fra un partito e l’altro, senza poter più riemergere. È vero che Tremonti è stato denominato, l’economista o anche il tributarista di Sondrio, con un intento non laudativo, per alludere al fatto che sarebbe un «provinciale». Ma l’idea che ora i kamikaze politici debbano essere reclutati in provincia di Varese e, in mancanza, in quella di Sondrio, mi sembra inverosimile. Fra i molti difetti delle valli del Nord della Lombardia (o del Cadore di cui è oriunda la famiglia Tremonti) non c’è né la stupidità, né l’impazienza, ovvero l’incapacità d’aspettare, che la trota abbocchi all’amo. Perché mai Tremonti dovrebbe assumere questa parte, di killer di Berlusconi e del Pdl, da cui ha avuto tanto potere e tanto prestigio, proprio ora che sta portando in porto la legge di stabilità, con cui l’Italia esce dalla crisi, in buona salute, nonostante che sia lo Stato occidentale con il più alto debito pubblico?
Non ce lo vedo proprio, lui, a «staccare la spina» e a passare dal ruolo di «nuovo Quintino Sella» che si è meritato, a livello non solo italiano, ma europeo e mondiale, con il suo rigore, il suo equilibrio e la sua calma, a quello di un novello Marco Giunio Bruto scalpitante, che pugnala il suo Giulio Cesare. Come se ne avesse bisogno per il futuro successo. E poi il sostegno politico glielo darebbero proprio quelli che nell’aprile del 2005 fecero cadere il II governo Berlusconi, chiedendo la sua testa, ossia il vicepresidente del Consiglio di An Gianfranco Fini e l’Udc, tramite il vicepresidente del Consiglio che la rappresentava, Marco Follini, che dopo un breve periodo di gloria, è finito fra i «dispersi». E non ha neanche più un rigo nei grandi quotidiani. Allora Fini accusò Tremonti di avere fatto «una legge finanziaria con i conti truccati».
Ora Tremonti si dovrebbe fidare di Fini, per poter arrivare, subito a una meta più alta, nella sua carriera politica? Giulio Tremonti, discutendo dell’economia mondiale a Pechino, citando Goethe ha detto: «Lasciarsi andare all’eccesso può condurre alla rovina».