Tremonti dribbla le polemiche ma attacca l’Ue e i banchieri

nostro inviato a Rimini

«Vi avverto: la prenderò un po' alla larga. Vi chiedo: Waterloo fu un vittoria o una sconfitta per l'Europa? E il Trattato di Westfalia con la configurazione ideale della difesa dei nazionalismi? E Versailles che creò le condizioni per una seconda guerra mondiale?». Giulio Tremonti si presenta per l'undicesima volta al Meeting e lo fa in uno dei momenti più delicati della sua carriera politica.
Nelle ore in cui la storica supremazia tremontiana sulla materia economica viene messa in discussione da un’avvolgente manovra politica firmata Pdl e Lega, il numero uno di Via XX Settembre ha l'occasione per lanciare messaggi, togliersi qualche sassolino dalla scarpa e piantare paletti nella grande trattativa. Ma il ministro dell'Economia sceglie un'altra strada. Si concede al popolo di Cielle, incassando l'applauso più lungo di questa settimana.
Visita la mostra sulla sussidiarietà, chiedendo di essere fotografato sotto un'immagine di De Gasperi. Pranza alla mensa attorniato da tanti giovani che gli si avvicinano per un autografo o una foto. Ma nel suo discorso evita di fare anche un solo cenno alle polemiche. Sceglie, piuttosto, di parlare da economista, costruendo una sorta di dimostrazione teorica della necessità di un salto di qualità dell'Europa verso l'interdipendenza.
Naturalmente l'osservazione in filigrana del suo discorso rivela bersagli non confinati nell'iperuranio ma facilmente riconducibili al pianeta Terra. La Germania e le resistenze che sta opponendo all'operazione eurobond, ad esempio. Ma anche quei banchieri che non hanno saputo scrivere «regole finanziarie serie»: un riferimento a quel board della Bce nel quale è stato seduto anche Mario Draghi. Infine batte con furore sul tasto di un rilancio dell'economia che passi attraverso un ricorso massiccio e organico all'investimento pubblico europeo.
«Pensare che lo sviluppo dell'Europa possa essere basato sulla domande interna è sbagliato, c'è saturazione. Così come è a rischio il modello export». Piuttosto è «fondamentale la gamba degli investimenti pubblici per il bene comune e gli eurobond servono proprio a questo: per finanziare lo sviluppo». Insomma, se prima c'era l'industria automobilistica oggi «dobbiamo trovare un nuovo driver di sviluppo» e «l'unico modo è l'eurobond», strumento di cui rivendica giustamente la paternità intellettuale. Anche se Fabrizio Saccomanni, direttore generale di Bankitalia, boccia l’iniziativa: «Non è il momento. Gli eurobond possono finanziare progetti d’investimento d’interesse europeo, non servire a finanziare il debito pubblico dei singoli Paesi».
Il ministro non risparmia certo critiche alla linea Gustav innalzata da Berlino su questo tema. «È un'idea forte e sbaglia chi sostiene che ci guadagnano Italia e Spagna e non la Germania. Non vorremmo che il tedesco perfetto scambi la sua anima con l'export perfetto» spiega citando il Doctor Faustus di Thomas Mann.
Per Tremonti, in questa seconda globalizzazione. è «fondamentale salire di scala e ridurre il ruolo degli Stati-nazione». Scatta poi l'affondo sulle banche. «I banchieri avrebbero dovuto proporre ai governo regole anticrisi ma non l'hanno fatto e noi possiamo fare autocritica ma la grossa responsabilità è loro». Un concetto nobilitato da un precedente storico. «Nella crisi del '29, Roosevelt non salvò le banche che giocavano d'azzardo ma quelle al servizio delle famiglie e delle industrie. Sono stati fatti alcuni errori sulla crisi a cui si può porre rimedio». Come? Ad esempio non dando più retta ai «sacerdoti del denaro ma ai sacerdoti veri. Come Benedetto XVI che a Madrid ha detto che questa crisi è stata favorita dalla ricerca del profitto a tutti i costi». Oppure ascoltando le parole del fondatore di Cielle, approdo finale della raffica di citazioni tremontiane. «Permettetemi di citare Don Giussani: “Le forze che cambiano la storia sono le stesse che cambiano il cuore degli uomini”. Ecco, io la penso esattamente come lui».