Tremonti: "Finanziaria elettorale ma non vogliono le urne"

L'ex ministro: "Aumentano spesa pubblica e deficit, la copertura è virtuale.
Nel 2001 lo fecero per prendere voti, ora per evitare di cadere". L’allarme del vicepresidente di Forza Italia: "Manovra da
irresponsabili. È ottimistica nonostante le previsioni per il 2008
siano molto negative. Così Prodi avvelena i pozzi
pure per se stesso: se dura
ancora un anno si troverà in
un contesto sociale avverso"

da Roma

Un anno fa, nel novembre del 2006, Giulio Tremonti avvertì: avremo presto una crisi, una crisi con la C maiuscola non solo finanziaria ma anche economica, non solo in America ma anche in Europa. Un anno è passato, la crisi è in atto e le previsioni economiche volgono al ribasso. Se ne discute all’interno dei governi e fra i governatori. Onorevole Tremonti, che cosa ne pensa?
«Tra quelli che amano definirsi policymakers viene applicata una formula di autogiustificazione: le crisi non si possono prevedere, si possono analizzare quando ci sono. Diciamo che adesso è pieno di profeti retroattivi. Tra la gente comincia a diffondersi il senso della crisi. I popoli sono più saggi di quelli che pretendono di governarli: la grandezza dei fenomeni in atto supera la loro analitica piccolezza. In realtà cominciano a manifestarsi le negatività, non solo le positività, della globalizzazione. Ne ho scritto nel lontano ’95 ne “Il fantasma della povertà”. Dieci anni più tardi ne ho scritto di nuovo in “Rischi fatali”. Negli anni Novanta la combinazione fra ideologia mercatista e nuova tecnofinanza ha spinto, e insieme finanziato, la globalizzazione. Non è un caso che a scadenza la crisi si manifesti a partire dalla finanza. Una caratteristica delle crisi è che si autoalimentano: quando cede un pezzo, cede l’insieme, dalla finanza alle borse, dal petrolio ai cereali. Con la globalizzazione avrebbe dovuto arrivare l’età dell’oro; sembra piuttosto che vengano tempi di ferro. Cresce il costo della vita, decresce il senso di sicurezza sociale. L’auto-inventario autocelebrativo che Prodi ha fatto nell’ottobre 2004 lasciando la Commissione europea, intestandosi gli effetti miracolosi dell’Europa nella globalizzazione, dell’euro nelle tasche dei cittadini, e dell’allargamento a tappe forzate, va tutto risolvendosi in un insuccesso. Questo è il profilo epocale-generale, è solo il principio di una riflessione politica che va fatta. Però forse lei vorrebbe che qui si attualizzasse, che si analizzasse il caso della Finanziaria ora in discussione in Parlamento».
In effetti, non sembra una Finanziaria all’altezza dei problemi che stanno arrivando, e comunque è in contraddizione con tutti i dati negativi che emergono in queste ore, dall’Istat alla Commissione europea.
«Quella ora in discussione è una Finanziaria disegnata in uno scenario che già in luglio, quando è stato presentato il Dpef, era molto poco realistico. Con il passare del tempo si manifesta sempre meno realistico, molto distante dai “numeri d’autunno”, numeri che a loro volta peggioreranno nel corso del 2008, l’anno su cui la Finanziaria dovrebbe essere operativa. Come è evidente nella serie storica delle previsioni, la tendenza, la “cifra complessiva degli indicatori”, è orientata verso un sistematico, progressivo peggioramento. Le ultime previsioni della Commissione sono peggiori delle precedenti, e le prossime saranno peggiori di quelle presenti. Fare una Finanziaria che si sviluppa fuori da questa realtà non è responsabile».
Perché no? In fondo le stime possono variare.
«È vero. Ma un conto è la variabilità congiunturale delle previsioni - c’è sempre stata - un conto è pure il caso della successiva sopravvenienza di eventi negativi, improvvisi e ignoti ex ante, prima imprevedibili. Non è questo il caso. Quello che già sappiamo è peggio di quello che sapremo, ma già sufficiente per essere responsabili, prudenti. Non è responsabile fare una Finanziaria ottimistica in uno scenario che impone cautela, soprattutto quando non hai messo fieno in cascina. Un conto è il caso della Germania, che ha usato il suo steur segen - il nome tedesco del “tesoretto” - per raggiungere il pareggio di bilancio sfruttando da formica, e non da cicala, la stagione buona. Un conto è il caso dell’Italia che ha dilapidato i frutti della buona stagione e che si proietta nella nuova stagione come se questa potesse essere ancora buona, mentre tutto indica che sarà cattiva. L’immagine trasmessa da questa Finanziaria e dal suo autore evoca il grottesco autunnale di una zucca di Halloween».
Torniamo un momento ai numeri. L’Ue ci dice che la crescita italiana è inferiore alla media europea.
«I numeri della crescita non sono in salita, ma in discesa; e permane il differenziale negativo dell’Italia con l’Europa, un differenziale che per tanti anni ci è stato imputato a colpa. Sale l’inflazione, resta uguale il deficit. Il deficit strutturale ordinario è immutato, intorno al 2,3-2,4%, fino al 2009. Lei ha mai visto un “risanamento epocale”, come dice il governo, con il deficit che resta sempre uguale? Risanamento epocale lo ha fatto la Germania con il pareggio di bilancio. Non solo. Il paradosso di questa Finanziaria è che peggiora, per scelta politica, il deficit tendenziale. È la prima volta dalla Prima repubblica che il deficit programmatico - e cioè prodotto dall’azione di governo - è superiore al deficit tendenziale, che ci sarebbe senza l’azione del governo. È per questo che l’esercizio provvisorio sarebbe più virtuoso dell’esercizio ordinario. Una volta l’esercizio provvisorio era negativo, perché portava a un un rinvio delle correzioni in riduzione. Adesso sarebbe l’opposto, perché invece porterebbe virtuosamente l’azzeramento delle correzioni in aumento».
Dunque, una Finanziaria elettorale, come quella 2001 fatta dal centrosinistra?
«Ne ha tutta la struttura. L’aumento programmatico del deficit è infatti sempre tipico delle Finanziarie elettorali. L’ulteriore incremento della spesa pubblica causato dagli emendamenti parlamentari - coperti in modo solo formale o virtuale - è a sua volta altamente elettorale. In parallelo alla Finanziaria, la controriforma delle pensioni porterà poi con sé nel tempo un ulteriore carico elettorale di spesa pubblica, con copertura virtuale nella migliore delle ipotesi o assente nella peggiore. La stessa Commissione Prodi ha certificato che la Finanziaria 2001 ha fatto salire il deficit al 3,2%, facendo dell’Italia il primo Paese che ha scassato i conti pubblici. Non per il cattivo andamento dell’economia, come è stato negli anni successivi in tutta l’Europa continentale, e dunque anche in Italia; ma proprio per una scelta discrezionale di politica elettorale. Per l’effetto di questa scelta, il governo Berlusconi è stato costretto a governare in anni di recessione partendo con un handicap. In ogni caso, nel 2000-2001 c’era una razionalità politica, seppure perversa: la legislatura era al termine e la legge finanziaria serviva proprio per far campagna elettorale, e poi per avvelenare i pozzi dato che la sinistra era certa di perdere. La Finanziaria 2007-2008 è invece politicamente irrazionale: è elettorale, ma non è fatta per andare a votare. All’opposto è una Finanziaria fatta proprio per cercare di non andare al voto. Se la sinistra ci riesce, e Prodi dura ancora un anno, avvelena i pozzi per se stesso. Non solo. Il 2008 sarà un anno in cui la condizione sociale della gente sarà peggiore e non migliore, ma sarà anche un anno in cui la cambiale dei conti pubblici verrà a scadenza con gli interessi. La sinistra si troverà in campagna elettorale, costretta a fare una Finanziaria di rigore in un contesto economico e sociale avverso. Una strategia suicida».
Questo il giudizio generale sulla manovra. Ma c’è qualcosa che, in particolare, l’ha colpita negativamente?
«Due cose. Non comprendo, e credo che sia difficile per tutti comprendere, il senso “sociale” di una Finanziaria che riduce esclusivamente le imposte dovute dalle banche. Questa è la ragione per la quale proporrò alla Camera un emendamento che limita questa riduzione alle sole banche che presenteranno alla platea dei clienti che hanno un mutuo un credibile, diciamo “umano”, piano di ristrutturazione dei loro mutui. È evidente che il governo non ha ancora compreso che la crisi sul pagamento dei mutui ha carattere sistemico e non specifico: non si tratta di irregolarità marginali, ma di una situazione generale di sofferenza, che per questo ha rilievo generale, e dunque deve avere una risposta politica. Un atto che, poi, mi ha colpito profondamente è la truffa che si sta facendo sul 5 per mille. Prima il governo Prodi ha “onestamente” abrogato il 5 per mille; poi, costretto a rimetterlo, ci fa sopra un trucco: parla ancora di 5 per mille, ma lo riduce all’un per mille dato che lo stanziamento è plafonato a 100 milioni. Ai cittadini si presenta la possibilità di destinare il loro 5 per mille: a fronte di questa generosità esterna, si organizza un raggiro interno al bilancio dello Stato. Alla nobiltà dello strumento, corrisponde la viltà del trucco».