Tremonti: "I tagli alla politica riforma vera"

Il ministro dell’Economia presenta la manovra: "Non potevamo agire per decreto ma è il più radicale cambiamento degli apparati mai approvato"

Roma - Il primo foglio distribuito alla conferenza stampa sulla manovra è zeppo di numeri. Solo che, al posto delle attese «tabelle» con le cifre della correzione, i giornalisti si sono ritrovati di fronte all’orario del volo Az2019 Milano- Roma di martedì, ritardi compresi, dirottato su Napoli causa maltempo, insieme ai due illustri passeggeri Giulio Tremonti e Paolo Romani, che erano attesi alla conferenza stampa. Forse le prime vittime della stretta sugli aerei blu. Ma - e questo è il messaggio lanciato dalla conferenza stampa, anche dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta - non c’è nessun giallo, non era una mossa per segnare le distanze rispetto alla norma «salva Fininvest», poi saltata. Nessun messaggio nascosto da parte del ministro dell’Economia che, comunque, ieri si è rifiutato di parlarne, se non per precisare che il testo che oggi sarà in Gazzetta ufficiale, è quello uscito dal suo ministero e concordato al Consiglio dei ministri.
A Tremonti preme semmai smontare, una a una, le obiezioni che sono state fatte - e non solo da parte delle opposizioni - al decreto salva conti che ieri è stato firmato dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, e alla politica economica in generale.
Non ci sta, ad esempio, a farsi mettere in castagna sui tagli alla casta. «Se volete fare una riforma per legge dovete fare una legge che rispetti la legge». Altrimenti non funziona. Il taglio dei costi della politica nella manovra c’è ed è il più «rivoluzionario e radicale cambiamento introdotto nel Paese». Se si voleva qualcosa dal sapore più forte, avremmo corso il rischio di vedere naufragare tutto di fronte o obiezioni sulla costituzionalità del provvedimento. «Si poteva fare alla Masaniello, ovvero che tutto cambi perché nulla cambi», ma il governo ha deciso un’altra strada e cioè quello di «seguire un percorso compatibile con la struttura istituzionale del Paese». Ad esempio, alle Camere è stato possibile solo dare un «impulso» a tagliare. E una destinazione alle risorse risparmiate: un fondo per l’8 per mille. Se la stretta che riguarda gli stipendi degli amministratori pubblici, equiparati a quelli europei, partirà solo con le nuove nomine o elezioni è per evitare i ricorsi.
Con la manovra si completa il quadro che permetterà di rispettare l’impegno al pareggio di bilancio entro il 2014. «L'obiettivo deficit/Pil per il 2011 al 3,9 per cento è stato centrato». La conferenza stampa è stata l’occasione per fare chiarezza sulle cifre della correzione, anno per anno. Per il 2011 sono bastati due miliardi, grazie alle precedenti manovre. Per il 2012, il decreto prevede una stretta da 6 miliardi di euro, che salgono a 17,8 nel 2013 e 25,3 miliardi nel 2014. A queste cifre va aggiunta la correzione che è contenuta nell’altro provvedimento approvato dal consiglio dei ministri, la delega fiscale (ribattezzata delega assistenziale). Porterà 2,2 miliardi nel 2013 e 14,7 nel 2014. Il come è stato abbozzato nella delega. C’è l’ipotesi aumento dell’Iva. «Ma sappiamo - ha osservato Tremonti - quanto è rilevante il rischio di inflazione in questo momento». Poi l’aliquota unica al 20% sulle attività finanziarie. E c’è soprattutto la giungla delle misure assistenziali e fiscali che si sono stratificate negli anni. L’intero capitolo vale 150 miliardi di euro.
Se la legge delega non dovesse arrivare al traguardo - questo il messaggio più forte lanciato dal ministro - scatterà la «clausola di salvaguardia». Tradotto, tagli automatici del 15% all’assistenza. Ridurre il deficit e il debito, ha ribadito più tardi il ministro, è una necessità «è per il bene del Paese, altrimenti andiamo a sbattere».
Ma sul come arrivarci, Tremonti è aperto. Anche sui capitoli più caldi della manovra: rivalutazione delle pensioni e bollo sul conto titoli, «se ci sono idee diverse, che producono gli stessi effetti, le prenderemo in considerazione». Accolto, quindi, l’appello di Napolitano a un «confronto realmente aperto. Ma solo a saldi invariati». Condizione irrinunciabile da interpretare alla lettera e non, ha osservato, come negli anni Ottanta, «quando tutti usavano la stessa espressione», ma poi si fece esplodere il debito.