Tremonti: «Il modello tedesco? L’Italia è già un po’ Germania»

nostro inviato a Cernobbio (Como)

Una frase, poi un sussulto. «Dire che bisogna fare come la Germania è superficiale, roba da bambini». Aiutati anche da certi titoli non proprio sommessi delle agenzie di stampa - «Tremonti attacca Draghi» - sono stati infatti in molti, ieri, a pensare che il ministro dell’Economia avesse voluto approfittare del Workshop Ambrosetti, nella sua giornata conclusiva, per rinverdire antiche dissonanze con il governatore di Bankitalia.
L’aggancio per una possibile polemica ci sarebbe anche stato, dato che giorni fa Mario Draghi, a Seul, aveva detto che per crescere «l’Italia deve diventare produttiva e competitiva come la Germania». Fosse stato quindi proprio il governatore, il bersaglio del ministro, la sua uscita avrebbe avuto quantomeno duplice valenza. Perché la sua non era stata una battuta gettata alla muta famelica dei cronisti, bensì un passaggio del suo intervento a porte chiuse. Secondariamente perché non è un mistero che i due non si siano mai propriamente amati. Con tutto ciò che ne sarebbe potuto derivare in termini di reazioni e strascichi.
«Nessun attacco e nessuna allusione. Semplicemente un richiamo alla realtà e al buonsenso», si è premurato a precisare il ministro. Ribadendo per i più sordi che «non c’è più tempo, non c’è più spazio per la polemica e per la personalizzazione». E ripetendo quanto aveva spiegato nel chiuso (evidentemente permeabile) del vertice di Cernobbio: «Quasi dappertutto, in Italia, la Germania c’è già», dato che «abbiamo la seconda industria manifatturiera d’Europa». Questo, pur riconoscendo che «c’è un drammatico problema di classe dirigente». E facendo anche alcune oggettive distinzioni «geo-economiche». Ovvero: «Nel Nord il cantiere si è aperto e sta andando molto bene», mentre il Sud «è una questione nazionale ed è necessaria una concertazione sugli obiettivi strategici».
Per il resto, quello rivolto da Tremonti alla platea riunita a Villa d’Este è stato, piuttosto, un chiaro invito a evitare di cadere in due vizi, quelli sì purtroppo italici, quali superficialità e retorica. «Ci dicono che non facciamo più come l’Inghilterra. E quando mai abbiamo fatto come l’Inghilterra?», si è domandato con ironia il ministro. «Piuttosto - ha proseguito - la grande discussione non è tra modello tedesco e modello inglese, dal momento che in Europa la grande discussione verte su quale modello economico vogliamo». Potendo scegliere, ha spiegato, tra il modello export led (in cui l’export garantisce la valuta per l’import al fine di evitare una crisi della bilancia dei pagamenti) e quello che prende il nome dell’ex commissario europeo, il francese Jacques Delors, «cioè opere pubbliche, investimenti pubblici, domanda pubblica fatta anche con emissione di debito». L’alternativa, sintetizza Tremonti, è racchiusa di fatto qui: «Vogliamo un modello export led o uno più equilibrato che contenga anche investimenti pubblici in energia, in ricerca, in difesa. È difficile, è molto difficile, ma è una delle grandi questioni».
Rispondendo poi ai ripetuti inviti giunti da più parti (Draghi compreso, sempre da Seul), affinché il governo si dia una mossa a nominare un nuovo ministro dello Sviluppo economico in sostituzione del dimissionario Claudio Scajola, Tremonti ha detto che sì, «serve un ministro, ma se anche ci fosse, quella che dovrebbe essere la Nrp italiana (acronimo di National Reform Program, ndr) la dovrebbero fare tutto il governo, tutto il Parlamento, tutto il Paese. Si dice che serve un ministro e naturalmente è necessario un ministro. Ma quando c’era il ministro di diceva che mancava una politica industriale. Inviterei a essere un po’ meno dialettici e meno superficiali in questa discussione». Non sarà stato questo un attacco, forse nemmeno una polemica, ma quel che è certo è che le orecchie avranno fischiato a molti.