Tremonti resiste ai pm e agli speculatori: "Qui stiamo benissimo"

Il ministro non molla e difende la sua manovra: "Mi prendo la responsabilità". La procura di Napoli: "Non è indagato". Difficile un cambio all'Economia. Frattini favorito per la Giustizia

Roma - «Hic manebimus optime», qui stiamo e staremo benissimo. Tremonti cita il centurione di Tito Livio, come già fece D’Annunzio a Fiume, per segnare il territorio, mentre i segnali di smottamento, seppure indeboliti, sono ancora percepibili. Le «dimissioni» sono un refrain che si ripete, anche in forza di un precedente storico, nel 2004, quando l’allora ministro delle Finanze Giulio Tremonti lasciò il suo posto, per «un equivoco», spiegò con parole che, se pronunciate oggi, non sembrerebbero vecchie di sette anni: «Non è stato facile gestire il terzo debito pubblico del mondo non essendo il terzo paese del mondo - spiegò allora Tremonti -. I conti pubblici italiani sono assolutamente affidabili», ma «volevo ridurre le tasse e non mi è stato possibile».
Se non fosse deciso come quel centurione, basterebbe ripetere pressoché identico quel discorso. Alcuni, nel Pdl ma anche nella Lega, brinderebbero a quella scelta. Anche se i vertici del Pdl fanno quadrato intorno al ministro e i suoi fidati escludono categoricamente. «Non ha mai parlato - spiegano - di dimissioni, è un cliché che i giornali ripetono stancamente». In effetti le parole del ministro fanno capire che quell’ipotesi non è minimamente contemplata. La manovra «sarà accompagnata da chi si prende la responsabilità di averla presentata» spiega Tremonti, traducendo il motto latino in un avvertimento chiaro per chi spera in una sua destituzione.
Il partito anti-Tremonti dentro la maggioranza è ancora vivo e l’inchiesta che coinvolge il braccio destro del ministro fa da lievito per i risentimenti contro la manovra, che scontenta molti. La realtà è che il ministro resiste. Resiste contro le speculazioni della finanza internazionale che attacca l’Italia e resiste contro le strumentalizzazioni delle vicende giudiziarie. Il capo della Procura di Napoli, Lepore, ieri ha smentito che il ministro sia indagato, facendo una clamorosa retromarcia rispetto alle voci che gli ambienti dei pm hanno fatto filtrare in questi giorni e che hanno alimentato le voci delle sue dimissioni. Perché qui, ora, la questione giudiziaria si mescola a quella politica. «Tanto poi la gente non va coi forconi da Tremonti, viene da noi» si sfoga un parlamentare del Pdl. L’ultima miccia sono due norme del decreto sulle finanze pubbliche, quelle che prevedono l’abolizione degli ordini professionali e l’incompatibilità dell’incarico parlamentare con quello di sindaco o di presidente di provincia.
Questi però sono gli umori della base parlamentare, che è fuori dalla stanza dei bottoni. Un cambio all’Economia sarebbe uno strappo troppo forte, in un momento tra i più delicati della legislatura e con la speculazione che incombe. Un rimpasto di governo è previsto, e quella sarebbe l’occasione per toccare anche le caselle più importanti ma pare non quella dell’Economia. Il movimento che scatenerà tutto sarà la successione alla Giustizia, quando Alfano lascerà il posto, forse a Franco Frattini, per dedicarsi interamente al partito di cui è segretario. Un esecutivo bis, che arrivi al 2013. Ma senza Tremonti? Difficile. A sperare di poterlo sostituire, Lorenzo Bini Smaghi, membro del comitato esecutivo della Banca centrale europea e secondo alcuni un uomo che «ha molto appeal con i partner europei», cosa che, peraltro, è sempre stata uno dei punti di forza di Tremonti. Quindi Bini Smaghi dovrà attendere.
Perché in molti fanno i conti senza l’oste. Non solo il candidato (che peraltro non è solo, si fa anche il nome di Mario Monti), ma soprattutto il preteso «dimissionario», che non ha nessuna intenzione di diventarlo. E lo si è capito anche ieri dal confronto con Mario Draghi durante il quale ha difeso la sua manovra e ha rassicurato i mercati garantendo la sua permanenza. Di fronte al governatore della Banca d’Italia che invitava tutti ad «avere fiducia nelle possibilità di crescita della nostra economia» trovando un «intento comune, al di là degli interessi particolari e di fazione», il ministro dell’Economia non si è tirato indietro e ha rivendicato orgogliosamente la paternità della sua creatura, che ha promesso di non abbandonare. Così come ha sottinteso di non voler lasciare neppure la scrivania che fu di Quintino Sella. Ha aggiunto che nel provvedimento ci saranno novità sul fronte delle liberalizzazioni e ha avvertito: «Tutto quello che ha causato la crisi è ancora presente e niente è stato fatto di quello che doveva essere fatto: niente regole. Sono stati tre anni persi».