Tremonti sigilla i conti: l’Italia è più forte della crisi

Nessuno lo direbbe mai esplicitamente, ma tra Pd, Fli e Udc si raccolgono non pochi mugugni verso il Colle, che «ha regalato questo mese a Berlusconi facendoci vivere la crisi più lunga del secolo».
Non ne può più la maggioranza, che non tiene più neppure sulla ricetta del ragù, se in aula si votasse quello, e che registra un sempre più allarmante tasso di assenteismo: «Certo, i finiani ci fanno la guerriglia. Ma anche i nostri non ci sono mai: oggi ne mancavano almeno 40, ieri 50», si sfoga la Pdl Isabella Bertolini.
Non ne possono più quelli del Pd, inchiodati ormai da mesi a fare da spettatori più o meno impotenti dei contorcimenti in seno al centrodestra. E che guardano al panico attorno all’euro con un filo di speranza: «Nei prossimi mesi l’Europa ci chiederà provvedimenti economici pesantissimi per fronteggiare la crisi, e ci vuole un governo in grado di farli: non potrà mai essere questo, appeso a un pugno di voti. E soprattutto non sarà possibile votare», dice (o auspica) Francesco Boccia. E sottolinea come ieri l’autorevole Financial Times sostenesse che l’Italia può reggere (e far reggere l’eurozona) solo a patto che non si vada a elezioni anticipate. Non ne possono più neppure i finiani, costretti ogni giorno a menare qualche colpo alla maggioranza e nel frattempo ad inventare risposte sempre più sibilline alle stesse domande: presenterete la mozione di sfiducia? «Si vedrà, lo decideremo, quando l’avremo fatto lo saprete». Voterete la sfiducia? «Si vedrà, lo decideremo, prima ascolteremo il premier». Ieri falchi e colombe (forse per la noia) si sono scambiate le parti: Granata diceva che se Berlusconi apre sulla legge elettorale si può far pace, mentre Moffa stava per mandare sotto il governo su un proprio emendamento. La confusione regna sovrana, nel Palazzo, e nessuno sa dire come si uscirà dal vicolo cieco. C’è frenetica agitazione ma in realtà è tutto movimento sul posto: gran parte del Pdl (Letta in testa) spinge per la trattativa con Fini e Casini, mettendo sul piatto legge elettorale, ricette economiche e ministeri di lusso, tanto più se tolti agli ex An. Casini e Fini insistono che però prima Berlusconi si deve dimettere. Il Cavaliere non ne vuol sentire parlare, convinto (probabilmente a ragione) che una volta sceso da cavallo non lo farebbero mai più risalire, per quanto gli ambasciatori giurino che glielo metterebbero anche per iscritto. Il premier pare ancora certo che la sua più potente arma sia il terrore delle elezioni che pervade tutti (tranne forse la Lega e Vendola), e tiene ferma la sfida: mi votino contro in aula, convinto che all’ultimo a molti tremeranno le mani. E comunque, se anche fosse disposto a trattare con Casini (con la garanzia del Vaticano), su Fini non sente ragioni, e Casini, almeno così spera ardentemente Fli, non può permettersi lo scherzetto di tradire mollando Fini al suo destino. «Ma prima o poi Berlusconi dovrà parlarci», auspica l’ex ministro Alfredo Biondi, reduce da un incontro in cui ha cercato di convincere il premier: «Chiama Gianfranco, senza di lui il governo non va da nessuna parte. Alza il telefono e chiamalo, magari di notte, come se fosse una bella ragazza». La risposta? «Mah...», allarga le braccia Biondi.