Tremonti spiega a Santoro il federalismo fiscale

Nell'arena di raidue il ministro dell'Economia resiste agli agguati mediatici e riesce a illustrare con chiarezza il suo progetto di riforma dell'Economia. La sfida: "Vogliamo tenere unito un Centro-Nord che compete in Europa e un Sud che va indietro"

Roma - Il titolo è «un po’ ironico, un po’ serio», premette Michele Santoro. Bugia che il gran buio dello studio non basta a nascondere, perché il titolo ricalca con malizia feroce un film di successo a Cannes e nelle sale, «il Profeta»: storia dura di un giovane che fa carriera in carcere partendo come «servo» di un boss corso. Ma si sa: quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare e in campo ieri sera ad Annozero c’è un Giulio Tremonti tonico e pronto alla battuta di spirito come a quella di peso. Così provvede subito ai puntini sulle «i»: «Prevedo il futuro? Difficile, meglio cercare di far capire il presente».

Il ministro non molla la guardia un attimo: s’aspetta che Santoro le provi tutte per «mettermi in difficoltà». «Non c’è manovrina, mi dispiace deluderla», rintuzza al primo round. E affonda con il temibile gancio destro: «Lo dico soprattutto in virtù dei suoi elevati redditi...». È capace di prevenirlo (un po’ profeticamente), regala «colpi di buonsenso e intelligenza » a conduttore e ospiti della serata, in parti uguali. A cominciare dall’onnipresente Gad Lerner, la cui lunga esposizione socio-ideologica - «la sta buttando in politica», avverte il ministro- finisce polverizzata: «Sembra di stare sul lettino dello psicanalista».

Sotto il bulldozer finirà anche Marco Travaglio, che alla fine del suo sermoncino si sente investire dalla domanda «innocente » del professore, ormai a suo agio, perfido come si conviene: «Mi scusi, Santoro, ma non l’avevate licenziato? Avevo sentito di un divorzio fra voi due...». Ma se Michele batte e ribatte sul chiodo della crisi economica (replica: «Guardi che lo so che c’è la crisi, non è uno scoop, ma la nostra logica di contenimento ha funzionato e andremo avanti così»), la pietanza più piccante della puntata è il federalismo fiscale, la riforma delle riforme.

Il ministro dell’Economia, vero crocevia dei costi di attuazione, spiega senza peli sulla lingua perché «il federalismo o è fiscale o non è». E chiarisce: «Oggi siamo di fronte a un meccanismo che non sta in piedi, peggio che irresponsabile. Un sistema nel quale i poveri delle regioni ricche finanziano i ricchi delle regioni povere ».

Situazione antica, esplosa però per colpa della riforma del titolo quinto della Costituzione «voluta dal governo di sinistra, che ha regalato alle Regioni un enorme potere di spesa senza alcun dovere di presa». Errore fatale: la nostra finanza statale ne è uscita a pezzi, essendosi alimentatala possibilità,daparte degli enti locali, di spendere «in maniera dissennata», senza alcun controllo. Men chemenodaparte dei cittadini, conilvotochepunisceamministratori irresponsabili, inefficienza e spese folli. Proprio per il suo effetto «moralizzatore» Tremonti consideraessenzialeilfederalismofiscale. «Moralizzi la spesa e la rendi efficiente, sottoponendola al controllo dei cittadini, anche nel caso che, incassando poco localmente sia costretto a spendere molto ».

Il secondo effetto benefico della riforma sarà, dice il ministro, la «riduzione dell’evasione fiscale che è pari al Nord e al Sud». Difficile poter scovare la gran mole di cittadini italiani che, «in maniera illogica», dichiarano quasi nulla al fisco ma vivono alla grande. Tanto che «gli italiani sono più ricchi dell’Italia ». Comuni, Province, Regioni hanno invece tutto l’interesse a ridurre l’evasione fiscale: «Con otto milioni di partite Iva non bastano infatti solo gli uffici centrali e statali, serve anche il pilastro locale e quello dei comuni, che meglio conoscono la realtà economica».

Il Paese, aggiunge Tremonti, continua a essere «due volte diviso: un Centro-Nordche se la batte con le regioni più ricche d’Europa e un Sud che invece va indietro. Ma noi vogliamo tenerlo unito». Il ministro rintuzza le accuse sull’eventuale aumento del «gap» tra la parte povera e quella ricca del Paese e rassicura: l’avvento del federalismo fiscale «non sarà improvviso, violento, squilibrato, autoritario». E la riforma sarà attuata in «menodi dieci anni». Anzi, i primi decreti li vedremo «già entro quest’anno », e andranno a modificare anche il «patto di stabilità ».

Un meccanismo «cambiato da Prodi», non manca di ricordare Tremonti, diventando così «patto di stupidità». Le proteste di alcuni sindaci del Nord hanno mostrato «poco buonsenso: fare casino non risolve i problemi, non consiglio questo metodo». Per una volta, anche la macchina da guerra di Santoro fa cilecca.