Tremonti sveste i panni del prof per uscire dall’isolamento nel Pdl

Il titolare dell’Economia ha difeso il suo provvedimento, poi però ha
ceduto le armi e aperto al confronto. Infine il comunicato: "Il vertice?
Molto bene"

Roma Giulio Tremonti si presenta a Villa San Martino addirittura in anticipo rispetto all’appuntamento prefissato. Alle dieci è già nelle residenza di Arcore per quello che alcuni osservatori si sono spinti a descrivere come l’ultimo atto della sua parabola politica, una sorta di cerimonia d’addio di fronte al depotenziamento delle sue storiche prerogative.

Il ministro dell’Economia si trattiene con Silvio Berlusconi per un primo faccia a faccia dai toni affilati. Poi finito il primo round separato, saluta Angelino Alfano, Roberto Maroni e gli altri protagonisti del vertice che arrivano alla spicciolata. E quando la formazione è completa, si siede al tavolo del grande conclave salva-conti pubblici. E dimostra di non avere intenzione di vestire soltanto i panni del convitato di pietra, come ha fatto nelle ultime due settimane di freddo e ostinato silenzio, ma di voler recuperare un ruolo da protagonista, sia pure rinunciando al secondo personaggio: quello dell’antagonista a oltranza.

Alla fine detta un commento ristretto come un caffè napoletano: «Il vertice? È andato molto bene». E incassa gli attestati di stima di tutti i presenti che riconoscono al numero uno di Via XX Settembre buonsenso, collaborazione e sufficiente disponibilità al gioco di squadra. «Tremonti? - dice un partecipante al vertice - Forse è stato fulminato sulla via dell’armonia dal Meeting e da Don Giussani. Ma oggi, senza rinunciare alle responsabilità del suo incarico, ha dimostrato di sapere ascoltare e di avere sensibilità politica. D’altra parte in questa fase così delicata nessuno possiede l’opus alchemicum per ottenere la pietra filosofale e l’ascolto reciproco è fondamentale».

In realtà, Giulio Tremonti nelle sette ore di vertice non ha certo assistito alla mutazione genetica e alla riscrittura «politica» della manovra senza colpo ferire. Inizialmente ha tentato di bloccare le modifiche, ha fatto cadere un monito sul rischio mercati e agitato lo spettro della perdita di credibilità per il nostro Paese. Quando, però, ha realizzato che l’asse Alfano-Maroni - che aveva suggellato un preciso patto di collaborazione la scorsa settimana alla festa di Bergamo della Lega - sarebbe risultato inattaccabile, ha parzialmente abbassato le armi e si è speso per trovare una via alternativa, una soluzione che «non mettesse le mani nelle tasche degli italiani». Tremonti ha piantato alcuni paletti: il mantenimento dei saldi come da impegni assunti con l’Europa, rigore nei tagli e Iva invariata. E ha insistito sulla necessità di insistere sulla lotta all’evasione fiscale, un obiettivo questo non solo confermato ma addirittura potenziato con il coinvolgimento dei comuni.

La discussione a quel punto si è incanalata su un binario molto concreto, attraverso un confronto serrato e punteggiato anche da periodiche esplosioni di tensione. Ma Tremonti ha dimostrato di saper tenere un profilo tutt’altro che sprezzante e distante. Un atteggiamento costruttivo riconducibile alla necessità di recuperare una copertura dentro il suo partito, evitando una navigazione solitaria e suicida. Una ricucitura figlia anche della capacità di mediazione di Angelino Alfano che in queste settimane non si è mai scagliato apertamente contro di lui e non ha mancato di manifestare pubblicamente la stima nei suoi confronti.

D’altra parte, come ha ricordato Roberto Formigoni, in questi giorni «molti hanno percepito la debolezza di Tremonti e hanno fatto un po’ i maramaldi. Gli stessi che un tempo, quando lui era onnipotente, non avevano il coraggio di dire “a”». Questa volta, invece, la discussione si è incanalata sul binario del confronto sincero.
A Tremonti è stato detto a chiare lettere che bisognava rendere la manovra coerente col programma e con l’identità profonda del Pdl, una forza che rappresenta il blocco moderato e liberale del Paese. E il ministro ha deciso di non mettersi di traverso ma di collaborare attivamente alla stesura del nuovo testo, senza tentare di servire in tavola piatti pronti o proposte prendere o lasciare ma affrontando fino in fondo la prova politica della collegialità. Alla fine tutti hanno lasciato sul tavolo qualcosa. Condizione fondamentale per conseguire un risultato politico piuttosto che far semplicemente quadrare un saldo economico.