Tremonti: tassare i Bot è una minaccia per il Paese

Il ministro dell’Economia boccia la proposta Prodi sulle rendite finanziarie: «Così non si rispetta il patto con i risparmiatori e si rischia di mandare in default il debito dell’Italia»

Antonio Signorini

nostro inviato a Vicenza

Giusto «buttare giù» l’Irap e tagliare il costo del lavoro. Ma l’importante è la copertura. E le risorse non possono essere trovate, come sostiene la sinistra, in una tassazione «retroattiva» dei titoli di Stato che rischia di trascinare l’Italia in un default del debito pubblico molto simile a quello che ha messo in ginocchio l’Argentina nel 2001.
Prima del diluvio-Berlusconi, gli applausi degli industriali del convegno di Vicenza sono stati tutti per Giulio Tremonti. Il ministro dell’Economia – accolto calorosamente da una platea fino a quel momento avara di applausi - ha risposto alle domande che gli imprenditori avevano preparato per il premier. E se Berlusconi ha puntato tutto sulla «pancia» dei delegati di Confindustria, lui ha fatto leva sul portafogli: «È facile dire meno Irap, meno cuneo investimenti più infrastrutture senza dire dove si prendono i soldi». È un po’ – ha aggiunto riferendosi alle proposte illustrate venerdì da Romano Prodi - come «quando uno al ristorante prende il menù e chiede agli altri cosa vogliono e poi, quando quelli gli chiedono con che soldi vuole pagare, risponde: con i vostri».
A non convincere è la più importante copertura proposta dalla sinistra per il taglio del cuneo contributivo, cioè l’aumento della tassazione sulle rendite finanziarie. Una misura che avrebbe effetti «retroattivi» e che potrebbe anche mettere a rischio le finanze pubbliche. «Se rispetta il patto con gli elettori, non rispetta quello con i risparmiatori e rischia di mandare in default il debito della Repubblica italiana. Se la strada deve essere quella di tassare i Bot io la sconsiglio», ha spiegato Tremonti.
Le risorse vanno invece trovate nei tanti «attivi» della pubblica amministrazione che ancora non sono sul mercato. Sono «diritti materiali, concessioni, municipalizzate e immobili. Un blocco consistente di beni che devono essere privatizzati». Necessaria anche la completa realizzazione del federalismo fiscale: «Un grande patto per risistemare i poteri fiscali e patrimoniali». Perché «non fare il federalismo fiscale è un costo, farlo è un investimento». Per quanto riguarda l’Irap, Tremonti conferma la sintonia con gli industriali: «Siamo tutti d’accordo, è un’imposta sbagliata che colpisce l’utile e anche il costo del lavoro».
Parole rassicuranti sui conti pubblici: «La finanza italiana in Europa è considerata come mediamente stabile, al pari di altri Paesi si trova nel gruppo intermedio». E Prodi che protesta perché non è stata presentata la trimestrale di cassa? «Come dice il nome è una trimestrale, ci vogliono tre mesi e ancora non è finito il terzo mese», ha detto tra gli applausi degli industriali.
Un passaggio, il superministro lo ha dedicato anche alla riforma degli ammortizzatori sociali che «va fatta» e ai rapporti con i sindacati: «Spero che la campagna elettorale finisca così riprenderemo il confronto». Tra le principali preoccupazioni degli industriali c’è quella dell’energia e della bolletta che pagano le imprese, tra le più alte d’Europa. I rincari del petrolio sono strutturali e la risposta non può che essere una: «I doppi vetri sono importanti, così come i mulini a vento, ma io sono ancora più convinto che sia importante il nucleare».
Per la ricerca, incalzato dagli imprenditori, Tremonti propone il sistema francese che integra finanziamenti privati e garanzie dello Stato, mentre per vincere la sfida dell’internazionalizzazione, spiega che secondo lui la chiave di volta sono le banche. «Noi, rispetto ai concorrenti europei abbiamo un sistema bancario che non accompagna le imprese». Per il Mezzogiorno servono le infrastrutture. E la strada per evitare gli interventi a pioggia su microinterventi senza rilevanza è la stessa proposta per rimettere in sesto il debito e le finanze pubbliche: «Bisogna chiudere Regioni, enti locali e governo in una stanza e non farli uscire più fino a quando non hanno trovato una soluzione». Anche l’unico «no» a una proposta degli industriali è stato applaudito, anche se un po’ più timidamente. Il ministero per le piccole imprese? «Dentro il governo serve una regia dell’economia reale e io credo che il posto giusto sia Palazzo Chigi».