Treni, emergenza nazionale

Il treno è il mezzo di locomozione di tutti coloro che per lavorare non possono permettersi altro. I pendolari, un esercito di persone che passano una parte della loro giornata in treno e che sono in mano a questo mezzo, nel bene e, molte volte, troppe volte, nel male.
L'ultimo deragliamento, vicino a Cassino, a Roccasecca, è ancora vivo nella memoria di tutti. Non c'è persona che non ricordi le discussioni sui sistemi di sicurezza seguite ai deragliamenti dell'anno passato, in Veneto e in Lombardia. Poi è stata la volta delle zecche e dei calabroni. Da tanto c'è la questione dei ritardi e delle disfunzioni in genere. L'ultima è di ieri. Un treno che avrebbe dovuto raggiungere la stazione di Alassio si è fermato ad Albenga perché era stato sostituito (quello che avrebbe dovuto partire era rotto) ed era troppo alto, essendo a due piani, per passare sotto una galleria. I passeggeri sono stati fatti scendere e hanno dovuto arrangiarsi con autobus e autostop. La stessa considerazione attribuita ai sacchi di patate. Forse meno.
Non vogliamo farne una questione di critica qualunquistica. Persino troppo facile sparare sulle Ferrovie. Ne vogliamo fare, invece, una questione seria. Anzi molto seria. Tale da farla diventare una vera e propria questione nazionale.
Nel 2004 Trenitalia ha trasportato 435 milioni di pendolari. Ne aveva trasportato 430 nel 2003, 424 nel 2002, 412 nel 2001. Una crescita impressionante se si pensa che a questa crescita, per questioni di finanze scarse, è corrisposta una crescita minima, assolutamente non all'altezza, del numero di carrozze e di corse. Chi non ricorda le proteste dei pendolari lombardi nel febbraio scorso. Proteste tanto forti e causate da rivendicazioni sacrosante tanto da spingere la Regione Lombardia a riconoscere un bonus ai pendolari «vittime» di ritardi ingiustificati. Azione meritoria ma certamente palliativa in relazione al problema di fondo. Un sistema che non funziona. O, almeno, che non riesce più a funzionare come dovrebbe.
E non ne facciamo neanche una questione di chi la amministra, del suo capo Elio Catania ex Ibm, succeduto a Giancarlo Cimoli, passato all'Alitalia, altro problema del nostro Paese.
E sappiamo anche bene che di investimenti ne sono stati fatti. Nel triennio 2004-2007 è stato predisposto un Piano di investimenti di 6 miliardi di euro. 4,5 miliardi per acquisto di nuovi treni, manutenzione e riammodernamento del materiale rotabile esistente; 800 milioni per la tecnologia di bordo; 700 milioni per la manutenzione degli impianti informatici.
Quello che appare è che, al contrario di altri settori del trasporto, dove l'attenzione nazionale è sempre alta ed anche gli interventi si sono - finalmente - avviati, nel caso del sistema ferroviario la situazione è ancora al palo.
Le soluzioni adottate per Alitalia possono essere discutibili ma sono state assunte. Con ritardo, ma qualcosa si è mosso. Le infrastrutture, comprese delle importanti linee ferroviarie, con grandi difficoltà (vedi i fatti della Val di Susa), hanno visto un vero e proprio salto in avanti fatto di strumenti legislativi nuovi, investimenti, volontà politica di portarle avanti.
Per i treni tutto questo non si vede. Non si vede una pari volontà di farne una questione centrale. E invece va fatta. Va fatta per i pendolari per i quali la vita sul treno non è una parte irrisoria della propria giornata. Va fatta per le merci, per il sistema cargo. Va fatta per il turismo che vede nei treni, ancora oggi, un mezzo non secondario di trasporto. Va fatta, non ultima, per l'immagine del nostro Paese.