A Trenitalia le macchine costano più dei ferrovieri

Le Fs hanno speso 4 milioni in più e sono state costrette a fare marcia indietro eliminando le stampanti e riassumendo personale

da Roma

«I matti si dividono in due categorie - diceva il divo Giulio Andreotti negli anni ’80 - quelli che si credono Napoleone e quelli che pensano di poter risanare le Ferrovie». Sono passati quasi trent’anni e nulla è cambiato. E forse si può dedicare un’altra massima al trasporto su ferro. Le Fs, oggi Trenitalia, sono riuscite in un qualcosa che si credeva impossibile: dimostrare che il personale costa meno di macchine costruite appositamente per sostituirlo. Una vittoria dei lavoratori in carne e ossa che avrebbe fatto piacere a Ned Ludd, l’operaio inglese che nel ’700 ruppe un telaio e così diventò il simbolo del movimento contro l’uso delle macchine nel lavoro.
Ma andiamo con ordine. Nel 2001-2002 in un piano di riorganizzazione aziendale della gestione Cimoli viene deciso di spingere sull’«innovazione tecnologica» (termine che, purtroppo, nelle Ferrovie significa sempre, chissà poi perché, un esborso economico incredibile). Viene così stabilito di abolire il ruolo del cosiddetto «formatore» (coloro che consegnano materialmente al capotreno prima della partenza la scheda con le specifiche del locomotore e della tratta da percorrere, cioè i «documenti di viaggio» del treno) per sostituirlo con stampanti elettroniche, le Urmet Srp960 collegate a un apposito software.
Per i dirigenti Trenitalia di allora il risparmio era evidente: si potrebbero licenziare o prepensionare centinaia di dipendenti. Così il progetto va avanti e tra il 2003 e il 2004 ne vengono installate circa 900 in tutta Italia, di cui 95 nel Lazio e ben 15 nella sola stazione Termini di Roma. Il costo è di 1.500-1.600 euro ad apparecchio per una spesa di circa un milione e mezzo di euro.
Nessuno pensò di testare i macchinari prima dell’acquisto per valutare bene costi e benefici di questa operazione. Arriviamo così al 30 settembre 2006, quando la nuova dirigenza di Ferrovie decide di far partire, finalmente, la sperimentazione. Fase che dura due mesi. I risultati vengono esposti nel progetto di «riorganizzazione Umrr» del 14 settembre 2007. E parlano chiaro. Con la nuova organizzazione, le ferrovie ritorneranno ai vecchi metodi. Gli uomini, per una volta, sostituiranno le macchine. E quindi tornerà in auge la figura del vecchio «formatore», che era stata mandata in pensione. «Il risparmio dei costi di connessione/manutenzione delle stampanti Urmet - si legge nella relazione finale - ammonta a circa 4.000.000 di euro».
Dopo sei anni, insomma, Trenitalia torna indietro. O meglio, decide, in maniera piuttosto curiosa, che il progresso tutto sommato è antieconomico. E non di poco visto che consentirà alle Ferrovie nostrane di risparmiare ben 4 milioni di euro. Anche tagliando il personale, infatti, sarebbero stati enormi i costi di una manutenzione affidata all’esterno.
A questo punto è quasi superfluo aggiungere che le stampanti Urmet, non costituivano solo un problema economico. Sempre nel progetto di riorganizzazione, si legge che «non danno garanzie di affidabilità» e avrebbero rischiato di bloccare o ritardare fortemente i treni in partenza in caso di guasti del sistema. Sei anni per «cambiare tutto, affinché nulla cambi». Sono le Ferrovie italiane, bellezza.